Social Learning Blog http://www.sociallearning.it A place where is possibile to discuss about Social Learning, Social Business, new technologies and learning processes. A simple blog to better understand our connected organizations and the whole knowledge society. posterous.com Fri, 25 May 2012 01:45:00 -0700 Social Business Manifesto: le 59 tesi fondamentali http://www.sociallearning.it/social-business-manifesto-le-59-tesi-fondamen http://www.sociallearning.it/social-business-manifesto-le-59-tesi-fondamen

Sarà in edicola nei prossimi giorni il numero di Giugno di Harvard Business Review: prestigiosa rivista internazionale di altissimo livello. In allegato a questo numero un manifesto un po' particolare, dedicato al Social Business che ho contribuito a scrivere nei giorni scorsi con alcuni miei colleghi. 

I partecipanti alla 5a edizione del Social Business Forum saranno inoltre omaggiati con una copia gratuita - http://www.socialbusinessforum.com/?lang=it

Ma che cos'è esattamente il Social Business?
Come scrive correttamente Emanuele Quintarelli:

Un’organizzazione che ha messo in campo le strategie, le tecnologie ed i processi atti a coinvolgere sistematicamente tutti gli individui che compongono il proprio ecosistema (dipendenti, clienti, partner, fornitori) nella massimizzazione del valore scambiato

Questa definizione sottolinea che:

  • Viene a perdere importanza la separazione storica e manichea tra dentro dell’azienda e fuori dell’azienda, avente come corollario un ruolo privilegiato per quelle idee e quelle decisioni che dall’organizzazione vanno verso il mercato (inside-out) rispetto al flusso inverso che dal mercato trasferisce indicazioni verso l’azienda (outside-in)
  • Gli attori che acquisiscono il ruolo di co-decision maker e di agenti del cambiamento dell’azienda non sono più i manager, ma neanche i soli clienti (come prescritto invece dal Social CRM). Oltre che dai manager, l’evoluzione organizzativa può essere guidata indistintamente dai clienti, dai dipendenti, dai partner e dai fornitori. Tutte queste categorie passano dal ruolo di comprimari a quello di co-protagonisti
  • Il processo di scambio tra interno ed esterno viene reso possibile da un approccio di coinvolgimento non di comunicazione. Coinvolgere significa accogliere una pluralità di esigenze nell’informare il percorso di crescita e cambiamento organizzativo
  • Il motivo ultimo di esistenza dell’organizzazione non è più la sola generazione di valore a beneficio degli stakeholder tradizionali dell’impresa, ma lo scambio di valore tra l’azienda e l’intero ecosistema. E’ come se improvvisamente il gruppo degli stakeholder si fosse ampliato e l’ecosistema fosse entrato in l’azienda. E’ opportuno notare come questo scambio miri ad amplificare, in un’ottica di network e proprio grazie all’ecosistema, il valore generato per i vecchi stakeholder. Il Social Business è quindi un efficientamento del concetto storico di impresa rispetto alle nuove dinamiche del mercato ed ai nuovi comportamenti del consumatore.

In estrema sintesi allora, un Social Business è un’azienda che decide consapevolmente di porsi in una relazione osmotica con il proprio ambiente e che è capace di ricalibrare costantemente se stessa rispetto agli stimoli intercettati: 

Fig-6

  1. Il caos è una semplicità che non siamo ancora riusciti a vedere
  2. Le organizzazioni sono conversazioni
  3. L’entropia nasce dal cercare di usare strumenti nuovi per fare cose vecchie, o dall’usare strumenti vecchi per fare cose nuove
  4. La mail è superata da piattaforme di scambio più aperte ed emergenti. Le organizzazioni dovrebbero abolire l’utilizzo della mail al proprio interno
  5. Davanti a problemi sempre più complessi e interconnessi, l’architettura decisionale rappresentata dai modelli di impresa e di governance contemporanei – ancorati ad un principio di tipo gerarchico e di comando-controllo – mostra tutta la sua inadeguatezza
  6. La strada deve essere la cultura del rischio: senza rischi non si aprono nuove prospettive
  7. I clienti conoscono i prodotti molto più delle imprese che li producono
  8. Chi lavora si aspetta in qualche modo di poter partecipare al progetto organizzativo; il malessere è frutto dell’impossibilità di questa partecipazione
  9. Per vedere fenomeni nuovi bisogna costruire strumenti nuovi di analisi e misurazione
  10. Le organizzazioni sono organismi viventi. Prima ancora di generare prodotti generano e trasformano conoscenza
  11. Questa capacità di generare e trasformare conoscenza le fa emergere o declinare nell’economia della conoscenza
  12. La conoscenza viene generata e trasformata nelle conversazioni tra dipendenti, tra clienti e tra clienti e dipendenti
  13. Le conversazioni superano i muri e i ruoli e privilegiano relazioni di fiducia difficili da condizionare
  14. Il punto debole del knowledge management è il management
  15. La collaborazione è la sfida delle organizzazioni contemporanee. Abbiamo solo iniziato ad occuparcene; gli strumenti di gestione e di management attualmente disponibili sono inadeguati allo scopo in quanto nati in un’altra epoca e per obiettivi opposti
  16. Collaborazione non significa (solo) coordinamento, pianificazione, gestione dei ruoli. Collaborazione significa mettere a frutto l’intelligenza collettiva
  17. Oggi abbiamo bisogno di unire, di creare storie e significati comuni, di coinvolgere le sensibilità personali, di trovare l’ingaggio delle persone
  18. Le organizzazioni troppo ordinate rischiano l’estinzione
  19. Le organizzazioni ad alta performance hanno come punti di forza la disorganizzazione e i legami deboli
  20. Nelle nostre organizzazioni c’è molta più intelligenza di quella che il management è disposto a riconoscere
  21. L’intelligenza presente nelle organizzazioni rimane oggi intrappolata nelle procedure, nei riti, nei ruoli
  22. È difficile guidare una conversazione, è più facile alimentarla o farla tacere per sempre
  23. Una crisi economica è anche una crisi di modelli di management e di organizzazione del lavoro
  24. Oggi grandi opere dell’uomo nascono dalle conversazioni, e spesso non hanno bisogno di manager
  25. Il sapere delle organizzazioni oggi sta più nelle connessioni che nei data base aziendali
  26. Teamwork, integrazione, collaborazione: le organizzazioni si riempiono la bocca dei concetti più lontani dalla propria pratica
  27. Il mercato ha oggi una intelligenza più rapida e articolata di quella delle organizzazioni
  28. Le organizzazioni reagiscono agli stimoli del loro mercato con una velocità inversamente proporzionale alla propria dimensione
  29. I piani della Direzione Personale servono a coprire la paura di liberare l’energia e l’intelligenza presenti all’interno dell’organizzazione
  30. I clienti, come i dipendenti, cercano un contatto e un dialogo ma trovano muri di gomma con titoli altisonanti: call center, customer care, direct line
  31. I consulenti rafforzano lo status quo: cercano di riportare la complessità all’ordine
    prestabilito ma così facendo aumentano solo l’entropia poiché spostano il disordine ad un altro livello
  32. L’innovazione disruptive non avviene nei dipartimenti di Ricerca e Sviluppo: avviene mescolando punti di vista e saperi in connessioni nuove e aperte
  33. Le Intranet a senso unico sono inutili; le Social Intranet oggi possono diventare il sistema nervoso che permette a un organismo di sentire e di agire come un’unità: permette lo scambio degli stimoli, l’accumularsi della memoria, il formarsi dell’identità, il coordinamento delle azioni
  34. Oggi c’è bisogno di unire: collegare i punti (vision) ma anche collegare le persone e creare sistemi autopoietici
  35. Reputation: è tutto qui
  36. Centro e periferia sono concetti del secolo scorso: nella rete la centralità è funzione dell’autorevolezza e della visibilità
  37. Ascoltare, ascoltare, ascoltare: è il cliente che ti dice chi sei
  38. Nell’economia della conoscenza puoi non sapere tutto ma devi essere ben connesso
  39. Dall’economia della conoscenza all’economia del dono…
  40. Il processo di business emerge dal basso, apprende continuamente, si adatta a partire dai feedback di dipendenti e clienti
  41. Per pensare in un modo nuovo: abbandoniamo le slide e ristrutturiamo gli spazi di lavoro
  42. Ascoltare le conversazioni non basta. Bisogna estrarne senso e guidare il cambiamento
  43. I tuoi dipendenti vengono prima. Senza il loro coinvolgimento il tuo Marketing non sarà mai capace di coinvolgere
  44. Per costruire nuove organizzazioni non c’è bisogno di società di consulenza
  45. Le idee di clienti, dipendenti e fornitori sono buone quanto quelle del management
  46. Il Social Business non è una nuova tecnologia, è una nuova azienda
  47. Guardare al mercato tramite lenti del prodotto e segmenti sociodemografici ha perso di valore. Andiamo a caccia di passioni, bisogni, tribù
  48. Un’azienda è centrata sul cliente quando riesce a guardarsi da fuori, abbattendo le barriere sia all’interno che all’esterno
  49. Innovazione dal basso non significa realizzare tutto quello che i clienti chiedono. Innovazione dal basso significa capire qual è il problema che i clienti vogliono sia risolto e aiutarli nel risolverlo
  50. Socializzare i processi non significa creare altri silos, seppure sociali. Socializzare i processi significa abbattere i silos tradizionali e sociali
  51. Lavorare per uno stipendio non fa mai la differenza. Le persone oggi cercano una missione comune
  52. Aprire una pagina Facebook è facile. Aprire le porte dell’azienda ed accogliere i clienti è difficile
  53. Le aziende non sanno quasi mai cosa il cliente desidera perché hanno sempre avuto paura di ascoltare
  54. Le community di persone non si creano e non si gestiscono. Le community si attraggono e si coltivano
  55. Il nuovo management è più vicino alla coltivazione di una community che alla guida di un gregge
  56. Il cambiamento parte dagli early adopters, ma il cambiamento sostenibile arriva a tutti gli altri
  57. Il servizio al cliente è il nuovo marketing
  58. L’unico modo per bilanciare l’eccesso di informazione da cui siamo sommersi è aggiungere ulteriore informazione che agisca da filtro
  59. Ha fatto più innovazione negli ultimi 15 anni un gruppo di ragazzini che IBM, Microsoft e Oracle messi insieme.

1884

 

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Fri, 18 May 2012 01:08:00 -0700 Intervista a Fabrizio Martire: Cos'è e come si realizza una Social Media Strategy? http://www.sociallearning.it/intervista-a-fabrizio-martire-cose-e-come-si http://www.sociallearning.it/intervista-a-fabrizio-martire-cose-e-come-si

Ho avuto modo - sempre in occasione del Social Business Forum 2012 ( http://www.socialbusinessforum.com/?lang=it ) di fare quattro chiacchiere con un amico e collega: Fabrizio Martire (@betone) e abbiamo assieme discusso di quali siano i punti fondamentali per cotruire uan presenza sociale consapevole dei brand online.

Chi è Fabrizio?

Fabrizio è co-founder di Gummy Industries, team che si occupa di strumenti collaborativi, branding, marketing e social media. È stato docente di web marketing e social network presso il master “Nuovi Media Nuove Persone” di Accademia Santa Giulia. Co-organizza “Pane Web e Salame” evento dedicato alle case history di comunicazione di successo. Condivide esperienze e casi studio sul blog virtualeco.org.

Fabriziomartirecolor

Di recente hai provato a spiegare ai tuoi genitori (vedi video su Wired - http://tv.wired.it/tech/2012/04/02/come-spiegare-ai-tuoi-genitori-che-lavoro-... ) quale lavoro fai. Prima di tutto mi sento di ringraziarti a nome di tutta la categoria per essere finalmente riuscito a spiegare a tutti quello che facciamo. Mi aggancio a questo per farti quindi una domanda. Non pensi che questo sia parte del nostro problema maggiore con i clienti? Mi riferisco alla mancanza di consapevolezza circa le potenzialità che hanno i social media. Cosa ne pensi ? Sono pessimista?

No, non sei pessimista, sono assolutamente d'accordo: comunicare le potenzialità di un brand sui social non è mai semplice.
La comunicazione attraverso i social network richiede alle aziende uno sforzo maggiore, un impegno che poche hanno mai affrontato prima. 
I canali di comunicazione tradizionale (uno a molti) permettono all'impresa di decidere cosa comunicare, come e quando. Scelto il migliore partner e decisa la creatività, il messaggio veicolato (per radio o tv) bombarda direttamente il target. Al contrario i social media portano il rapporto tra azienda e clienti a un livello successivo, un livello in cui la comunicazione non basta più, dove ciò che conta è il dialogo. Oggi le leve del "come", "quando" e "cosa" sono in mano ai clienti e ai nostri prospect. La vera sfida, per noi, è proprio questa: far percepire al mercato le potenzialità di canali molti a molti, delle community, dello storytelling, del social crm e di molto altro ancora.

In passato - ma ancora oggi in realtà - mi sono occupato di Web Reputation e di Social Media Monitoring per alcuni grossi brand italiani e internazionali. Sono convinto - e così lo sono i miei colleghi in OpenKnowledge - che qualunque azione sui social media non possa prescindere dall'ascolto e dall'attento monitoraggio delle conversazioni online. Tu cosa ne pensi? L'ascolto in rete è uno step fondamentale?

L'ascolto, il monitoring delle conversazioni è il punto di partenza. Per le ragioni esposte prima le aziende devono aspettarsi consumatori attivi, che trovano naturale condividere pareri, idee, critiche su prodotti e servizi. Ascoltare è un valore davvero importante: non agevola solo la presenza di un brand online, aiuta a sviluppare nuovi prodotti, nuovi mercati, nuovi business. Quando oggi parliamo di social business ci riferiamo proprio a questo: a un'azienda che sa ascoltare, sa dialogare e cogliere le occasioni che i propri "fan" e "follower" offrono all'interno delle community.

A tua avviso quali sono le cose che non possono assolutamente mancare nella realizzazione di una Social Media Strategy e quali consigli ti senti di dare a chi volesse realizzarne una?

Dipende molto dalle dimensioni aziendali e del tipo di brand. Sono convinto che i piccoli (PMI) abbiano molto da guadagnare anche semplicemente impegnandosi a raccontare la loro storia, la qualità e l'unicità del proprio prodotto in modo naturale e senza filtri (ne ho parlato l'anno scorso al Social Business Forum ). Al contrario per aziende nazionali/internazionali che già da anni investono in pubblicità e marketing forse l'elemento davvero necessario prima di qualsiasi scelta è proprio l'ascolto è un buon assessment del brand sul digital.

 

Che rapporto c'è a tuo avviso tra la Social Media Strategy, la Governance a la Policy che un'azienda deve realizzare per potersi proporre come Social Business? Sono tre pilastri fondamentali tutti connessi? O li vedi piuttosto come step differenti?

Il social business è forse la somma di tutte le possibilità e i vantaggi che i nuovi media offrono. Questo, però, richiede un totale cambio di mentalità e una capacità di adattamento non indifferente. Social Media Strategy, la Governance a la Policy sono, come dici, i pilastri di un business di questo tipo ma per esperienza ho capito che è difficile approcciare un progetto proponendo subito tutto il "trittico" :) Credo sia meglio disegnare un percorso che mostri il punto d'arrivo ma che introduca uno alla volta i tre elementi.

Di cosa ti stai occupando di recente? Raccontaci anche del tuo progetto con Gummy Industries che stai lanciando proprio in questi giorni.

Gummy industries http://gummyindustries.com/ è un progetto che mi vede coinvolto in prima persona assieme a Alessandro - https://twitter.com/#!/alekone e Xenesys - http://blog.xenesys.it/. Le industrie gommose (ci serviva un nome che connotasse la nostra provenienza: le grande industria pesante bresciana e che ci distaccasse dalla formalità di un'azienda di comunicazione classica) sono state aperte per aiutare le aziende a entrare sui social media, a strutturare i loro business e a valorizzare i propri brand. Oggi mi occupo di tutte queste cose oltre che di organizzare Pane Web e Salame - http://panewebesalame.com/, un evento alla sua terza edizione, che in modo semplice e diretto, intende far discutere di social media e business. A proposito, il 20 Giugno sarai dei nostri? 

E infine - ma non meno importante - di cosa parlerai al Social Business Forum 2012?

Questa è la domanda più difficile di tutte dato che il social business forum è uno degli eventi più importanti in Italia preparare un talk all'altezza è una bella sfida! Vorrei proporre un talk che evidenzi le nuove tendenze: i nuovi social network e come alcune aziende si stanno muovendo.

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Mon, 14 May 2012 02:59:00 -0700 Gamification e Social Business: a tu per tu con Ray Wang - an interview with the Guru of Gamification) http://www.sociallearning.it/gamification-e-social-business-a-tu-per-tu-co http://www.sociallearning.it/gamification-e-social-business-a-tu-per-tu-co

[Original version (english) follows]

Eletto da Gamification of Work come il numero uno dei guru sulla gamification (Febbraio 2012 - http://gamificationofwork.com/2012/02/top-20-gamification-gurus-february-2012/ ) Ray Wang è un personaggio eccezionale che ho avuto modo di intervistare in occasione della sua partecipazione al Social Business Forum 2012 - http://www.socialbusinessforum.com/?lang=it

Nell'intervista considerazioni sulla Gamification e su come questa possa essere sposata in modo efficace al Social Business generando valore per l'intero ecosistema aziendale e massimizzando la partecipazione e la collaborazione all'interno delle iniziative di Business.
Un leader inspirato e un influencer di fama mondiale Ray Wang è un esperto di tecnologie disruptive e ha tenuto speech in tutto il mondo nelle più importanti conferenze internazionali. Il suo Blog “A Software Insider’s Point of View" con milioni di pagine visualizzate all'anno indaga i nuovi modelli di business e i nuovi trend nel mondo della tecnologia.

Maggiori informazioni su di lui qui: http://www.linkedin.com/in/rwang0

Ray-wang-

Al Social Business Forum 2012 parlerai di Enterprise Gamification. Qual è la tua personale definizione di Gamification? Concordi con il whitepaper di Bunchball che la definisce come l'integrazione delle dinamiche di gioco all'interno di un servizio, sito o community per aumentare il coinvolgimento e la partecipazione degli utenti? Oppure la situazione è un po' più complessa?

La Gamification descrive una serie di principi di design, di processi e di sistemi che sono usati per influenzare le persone, i gruppi e le community al fine di realizzare dei comportamenti e degli effetti desiderati. Ha avuto origine dall'industria dei videogame e molti di questi concetti pionieristici ora giocano un ruolo assolutamente cruciale nell'incentivare e nel gestire i comportamenti delle organizzazioni sia all'interno dei loro rapporti con i consumatori esterni sia all'interno delle aziende.
Nello specifico l'Enterprise Gamification è sia User Experience (UX) sia "consumerizzazione" dell'IT (CoIT) un trend che spopolerà nel mercato del 2012. Constellation è convinta che entro il 2013 oltre il 50% di tutte le iniziative di Social Business conterranno una componente di Gamification.

Qual è - secondo la tua opinione - il legame e la relazione tra l'enterprise gamification e il social business?

La Gamification coinvolge uno dei fattori chiave del social business: l'engagement, il coinvolgimento. Più gli utenti vengono desensibilizzati dalle dinamiche dei social media più le organizzazioni avranno bisogno di nuove strategie e nuove meccaniche per coinvolgerli, per influenzarne i comportamenti e massimizzare i risultati

Cosa ne pensi dei vari speech di Jane McGonigal contro la gamification? Credi che sia davvero necessario concentrarsi sul Gameful Design, maggiormente connesso alle emozioni e ai sentimenti che alle badge e alle reward? E qual è la tua opinione sul futuro della Gamification? E? la "next big thing"? Oppure solo qualcosa di temporaneo destinato a svanire?

Jane fa davvero un grande lavoro nel trasmettere la passione per il gameful design che rappresenta la chiave per condurre all'engagement. A livello di enterprise gamification  dobbiamo andare ancora più in profondità per capire le dinamiche di comportamento. Attualmente commettiamo sette peccati mortali nell'utilizzare i nostri approcci di gamification.

Al fine di massimizzare il ritorno e condurre a risultati, l'enterprise gamification richiede l'applicazione di concetti di psicologia e di economia. Poiché la Gamification all'interno delle organizzazioni fa appello ai comportamenti umani più naturali, potrebbe essere utile seguire la guida e le best practice di Constellation basata sui "Sette Peccati Mortali" del game design:

  1. Lussuria (generazione di interessi): descrive la mancanza di autocontrollo e attrattiva. Coinvolge e ingaggia gli utenti attraverso intrighi. Scopre ciò che appassiona gli utenti attraverso gli incentivi. Coglie la loro immediata attenzione e li coinvolge a un basso livello.
  2. Gola (accumulo delle meccaniche): si riferisce all'eccesso, all'esagerazione del consumo e alla troppa indulgenza. Si focalizza sul desiderio di accumulare, di acquisire e di contribuire.
  3. Avarizia (scarsità di meccaniche): fa riferimento al desiderio di potere, status e benessere. Utilizzare incentivi non monetari come immediato riconoscimento per generare coinvolgimento. Scarsità nelle ricompense.
  4. Pigrizia (ottimizzazione della user experience): fa riferimento all'indifferenza. Progettare sistemi oltremodo convenienti per l'utente. La privacy si fa da parte quando la convenienza entra in gioco.
  5. Rabbia (desiderio di ritorni immediati): fa entrare in gioco la rabbia, l'impazienza il desiderio e la violenza. E' disegnata sul desiderio di immediatezza e sulle ricompense istantanee per la rapidità di azione.
  6. Invidia: è riempita di un desiderio verso quello che possiedono gli altri. Sottolinea il successo degli altri. E' necessario - in questo senso - migliorare il sistema di trasparenza e di attribuzione delle reward.
  7. Orgoglio (ego personale e senso di sé): riguarda la vanità e il narcisismo. E' necessario foraggiare competizioni salutari. Incentivare comportamenti di fare meglio e fare ancora di più. Il setting degli obiettivi porta gli utenti a fissare aspettative maggiori.

La Gamification è molto di più della "next big thing" o di una moda. E' con noi dalla notte dei tempi. Ora abbiamo però gli strumenti per metterla in pratica in modo più significativo e personale.

Il mio interesse di ricerca principale è il Social Learning (credo che possa essere definito sommariamente come un fenomeno emergente che genera a partire dai flussi di conoscenza formali e informali), credi che la Gamification possa essere utilizzata al fine di migliorare i processi di apprendimento e di portare all'organizzazione risultati sempre più significativi? 

Assolutamente! La Gamification funziona sia per l'interno che per l'esterno.
Quali temi tratterai al Social Business Forum 2012?
Storie concrete e valore di business.

...............................

English Version

Here's the original version of the interview made with Ray Wang.

Known as number 1 among Gamification Gurus (February 2012 - http://gamificationofwork.com/2012/02/top-20-gamification-gurus-february-2012/ ). A highly sought after thought leader focused on enterprise strategy and disruptive technologies, R “Ray” Wang has advised organizations and spoken to audiences around the world. His dynamic presentation style brings life and energy to technology and business topics such as business process transformation, next generation software, SaaS/Cloud solutions, social CRM, analytics, and ERP. He is the author of the popular enterprise software blog “A Software Insider’s Point of View.” With viewership in the millions of page views a year, his blog provides insight into how disruptive technologies and business models impact the CXO, enterprise apps strategy, and emerging business and technology trends.

I had the honour to interview Ray Wang and I asked him some questions about the relationship between Gamification and Social Business in order to anticipate some of his thoughts that he will share at the fifth edition of Social Business Forum - http://www.socialbusinessforum.com/?lang=en

More info on Ray here: http://www.linkedin.com/in/rwang0

Ray_wang

At the Social Business Forum 2012 you will give a speech on Enterprise Gamification. What is your personal definition of Gamification? Do you agree with Bunchball white paper (integrating game dynamics into your site, service, community, content or campaign, in order to drive participation)? Or the situation is quite more complex?

Gamification describes a series of design principles, processes and systems used to influence, engage and motivate individuals, groups and communities to drive behaviors and effect desired outcomes. Originating from the video game industry, many of these pioneering concepts now play a key role in driving incentive and behavior management for both brands in the consumer world and internal scenarios in the workplace. Enterprise gamification is a user experience (UX) and consumerization of IT (CoIT) trend that will take the market by storm in 2012. Constellation believes that by 2013, more than 50 percent of all social business initiatives will include an enterprise gamification component.

What is - in your opinion - the connections and the relationship between enterprise gamification and social business?

Gamification addresses a key component in social business - engagement.  As users get desensitized by social channels, organizations will need a mechanism to influence behaviors and incentivize outcomes.

What do you think about Jane McGonigal speeches against gamification? Do we really need to focus on Gameful Design, more connected to emotions instead of points and badges? And what is in your opinion the future of Gamification? It's the "next big thing"? Or just something temporary?

Jane does a great job conveying the passion of gameful design which is key to driving engagement. At the enterprise and brand level, we have to go deeper to understanding behavioral dynamics.  We actually apply the seven deadly sins of gamification to this approach.

Enterprise gamification requires an application of psychology and behavioral economics to incentivize outcomes. Because enterprise gamification maps closely to human behavior, organizations will want to follow Constellation’s best practices in appealing to the “Seven Deadly Sins” for gamification design:

  1. Lust (interest generation) describes the lack of self-control and attraction. Engage the user through intrigue. Find what attracts the user through incentives. Grab their immediate attention and engage in land and expand initiatives.
  2. Gluttony (accumulation mechanics) refers to excess, over-consumption, and over-indulgence. Focus on the desire to accumulate, acquire and contribute. Craft pleasurable experiences.
  3. Greed (scarcity mechanics) calls on the desire for power, status, and wealth. Use non-monetary incentives such as immediate recognition to drive engagement. Provide scarcity in rewards.
  4. Sloth (user experience optimization) references laziness, indifference and complacency. Keep designing the system to be uber convenient for the user. Privacy falls aside when convenience wins out.
  5. Wrath (immediacy demand generation) calls out anger, impatience, revenge and rage. Draw on the desire for immediacy. Reward for rapidity. Provide opportunities to avenge one’s honor.
  6. Envy (aspirational demand) fuels a need to desire what others have. Highlight the success of others. Improve transparency on the spoils and rewards. Drive aspirational envy.
  7. Pride (sense of self and ego) draws out vanity and narcissism. Foster healthy competition. Incentivize the pursuit of excellence to “do more” and “do better.” The goal – drive behaviors and rewards towards higher expectations.

Gamification is more than a fad or the next big thing.  Gamification has been w/ us from the dawn of time.  Now we have the tools to put it to use in a meaningful and personal way.

My main research focus is Social Learning (I believe that could be roughly defined as an emerging phenomenon that originates from knowledge networks and value streams whether formal or informal), do you think that Gamification could also help to improve learning processes in order to drive more significant results to the whole organization? If yes how?

Yes. Gamification works for both internal and external audiences!
Which themes you will address in your speech at Social Business Forum 2012?
Real stories and business value.

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Fri, 11 May 2012 09:29:00 -0700 #YDLStrategy - Young Digital Lab - Corso in Digital Strategy nel Social World: Web Listening, Social Business e Gamification http://www.sociallearning.it/young-digital-lab-corso-in-digital-strategy-n http://www.sociallearning.it/young-digital-lab-corso-in-digital-strategy-n

Oggi ho avuto modo di partecipare - ancora una volta - alla serie di fantastici incontri organizzati dai ragazzi dello Young Digital Lab ( http://www.youngdigitallab.com ). Ormai con loro da oltre un anno e mezzo posso dire che il progetto, nato come una semplice idea un po' pazza è diventato una splendida realtà che attrae appassionati, professionisti e persone di altissimo livello (e simpatia, che non guasta mai come sappiamo) che discutono con competenza dei social media.

Personalmente in questa due giorni ho avuto modo di fare tre interventi verticali di approfondimento. Il primo dedicato al Social Media Listening (come sapete uno dei miei "cavalli di battaglia") e gli altri due dedicati al Social Business e alla Gamification (grazie al quale sono anche riuscito ad aggiornare alcuni dati interessanti e casi studio su cui non tornavo da tempo.
Apro anche una piccola parentesi per annunciarvi che, settimana prossima, questo blog ospiterà una sorpresa assai gradita a tutti coloro che si occupano di Gamification e che intendono saperne di più sul fenomeno che - da ormai un anno a questa parte - è diventato non solo uno dei cardini di questo blog, ma una vera e propria industry di tutto rispetto e rilievo.

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Ma veniamo al dunque.
Cercherò in questo intervento di riassumere alcuni dei concetti visti in aula e di dettagliare le tre diverse presentazioni.

Social Media Listening

L'ascolto attivo sui social media è un assett fondamentale di ogni strategia. Come sappiamo è il punto di partenza per divenire un Social Business e per potersi relazionare in modo trasparente ed efficace con il Social Customer che è molto più consapevole, reattivo ed esigente rispetto al passato. Se è vero - come è vero - che ormai tutti siamo dei social customer è altrettanto vero che i brand di oggi devono adottare strategie nuove e meccaniche differenti per poter entrare in relazione con tutti noi.
Questo video interessante di questa università americana mostra anche come il social media listening stia diventando tanto importante da entrare all'interno delle istruzioni accademiche.

Quest'altro video mostra altresì il punto di arrivo dell'ascolto. Sappiamo infatti che si tratta di uno step di un processo non di un momento di arrivo puntuale di un percorso.
Il video mostra - in modo promozionale - l'engagement console di Radian6 (piattaforma leader al mondo per il monitoraggio delle conversazioni online). Sappiamo che l'ascolto è il punto di partenza ma quello di arrivo deve essere il social business è per poterci arrivare disporre di strumenti di coinvolgimento è fondamentale per poter ingaggiare in modo efficace ed efficiente i propri consumatori.

Infine, come mostra questo video - dall'eccellente fattura, realizzato da Salesforce.com - l'essere o non essere social non è più una scelta consentita.
Dobbiamo solo decidere in quale modo essere social.

Social Business

Il secondo speech che ho tenuto è stato dedicato al Social Business, in occasione anche del Social Business Forum 2012 che - come sapete - stiamo organizzando come OpenKnowledge.
Anche in questo caso mi piace condividere un video della CEO di Burberry che sottolinea l'importanza di essere social.
Come si evidenzia molto bene nel video: non abbiamo più scelta per affrontare il mondo di oggi, dobbiamo essere delle social enterprise. E' questo l'unico modo per far fronte ai cambiamenti in atto e per non esserne travolti miseramente.

La cosa interessante è anche notare da questo video di HP l'importanza di mantenere lo spirito del garage e della startup all'interno dei processi di social business.

Non dimentichiamoci, poi, che in oriente la parola crisi - come la crisi che stiamo vivendo proprio in questi giorni - contiene in sé anche la parola opportunità.
Il Social Business è l'opportunità da cogliere durante la crisi per fare davvero la differenza.

Enterprise Gamification

Mi sono infine occupato di parlare di Gamification come strategia per migliorar e l'ingaggio e il coinvolgimento degli utenti all'interno delle community.
Credo che - in questo senso - particolarmente interessanti siano alcuni casi studio di aziende che hanno saputo utilizzare i social media e i principi della gamification per migliorare vuoi i processi produttivi, vuoi la ricerca e sviluppo, vuoi il marketing o - ancora - facilitare i processi di apprendimento.

Ad esempio Nitro per Jive (nota suite di Collaboration per la creazione di intranet e community, considerata da Gartner leader nell'ambito delle tecnologie social, prevede la possibilità di inserire le dinamiche e le meccaniche tipiche dei giochi all'interno del tool in modo da migliorare la partecipazione degli utenti iscritti.
Come mostrato in questo video:

Nitro for Jive gives users a set of missions to complete, each of which exposes them to a critical piece of functionality within the Jive platform. Users earn points and unlock badges for using and mastering these pieces of functionality, and “level up” when they hit key milestones. Social elements like high score tables, newsfeeds, and the ability to display and share your status, drive friendly competition and collaboration among the user base.

Un altro esempio molto interessante è quello di Nitro per Slaesforce, molto ben dimostrato in questo video.

Nitro for Salesforce adds a persistent toolbar to the Salesforce interface, from which employees can view their statistics, achievements, status, recent activity, and competitive elements. Users can interact with Nitro for Salesforce via the standard web application, but Nitro data can also be viewed via tablets and phones, and on large displays in sales centers.

Altro esempio interessante è quello di Rypple che vedete mostrato in questo video molto carino:

Today’s workplace requires a new approach to performance management. Rypple is a web- based social performance management platform that helps companies improve performance through social goals, continuous feedback and meaningful recognition.

Nei prossimi giorni parlerò ancora di gamification in modo approfondito fornendo alcuni spunti di discussioni estremamente interessanti in vista del Social Business Forum 2012.
Nel frattempo non posso non ringraziare i ragazzi dello YDL per la passione e per il lavoro che mettono in quello che fanno e - come sempre - anche questa volta ci siamo divertiti parecchio!

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Wed, 09 May 2012 01:23:21 -0700 Social Media Monitoring, Social TV e molto altro... Quattro chiacchiere con Emanuela Zaccone http://www.sociallearning.it/social-media-monitoring-social-tv-e-molto-alt http://www.sociallearning.it/social-media-monitoring-social-tv-e-molto-alt

Ho pensato di fare quattro chiacchiere con una collega e amica: Emanuela Zaccone che come me ha vinto il Working Capital nel 2010 e che come me si occupa di reputation online dei brand, di social media monitoring e - più in generale - di come le organizzazioni di oggi possano usare i Social Media per generare vantaggio competitivo.

Sarà nostra ospite al Social Business Forum 2012 e ne ho approfittato per intercettarla e farle alcune domande sia sull'importanza per i brand di oggi monitorare e tracciare la loro reputazione online sia sul futuro della Social Tv. Fresca di ritorno da una bellissima esperienza all'MIT di Boston Emanuela ci racconta anche qualcosa su come è andata con qualche spunto di riflessione davvero interessante.

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Maggiori informazioni su di lei le trovate qui: http://about.me/emanuela.zaccone

Ecco le domande.

Come me ti occupi e ti sei occupata di Social Media Monitoring e Web Listening per la comprensione della web reputation dei brand, ma non solo: puoi dirci qualcosa di più su questo approccio? Pensi che sia uno strumento utile o una conditio sine qua non per le aziende di oggi?

Entrambe le cose. E il discorso non vale solo per le aziende. I Social Media hanno mutato spazio e paradigmi della comunicazione e dell'interazione, riportando di fatto le conversazioni ed il rapporto con i brand ad un livello di scambio comunicativo di tipo peer-to-peer.
In un sistema di tal genere non solo ha senso ascoltare e monitorare le conversazioni che si sviluppano online intorno al proprio brand, ma è necessario trasformare l'ascolto in azioni concrete volte a migliorare il rapporto con i propri utenti, con gli influencers e con gli advocates.
Una corretta valutazione dei dati così raccolti ed un loro inquadramento all'interno di una matrice di KPI, studiata in armonia con le varie funzioni aziendali che presiedono e curano la Brand image, può condurre ad un'effettiva ottimizzazione delle strategie di branding e comunicazione.
Si aggiunga a tutto ciò che la persistenza delle informazioni e dei dati online consolida e definisce la reputazione non solo dei brand ma anche delle persone online: quanto emerge su di noi e sulle marche è frutto non più o quantomeno non esclusivamente di una comunicazione di tipo top down ma di un incontro tra comunicazione top down ed emergenti attività bottom up; dall'incontro tra questi due aspetti prende forma l'online reputation.
Sapere ascoltare e monitorare le conversazioni online significa anche avere a disposizione un insieme di strumenti per tutelare la propria reputazione, per intervenire ove necessario e per migliorare costantemente il proprio rapporto con gli utenti.

Ancora una volta, un'altra cosa che ci accomuna e la tua vittoria al Working Capital 2010, in occasione del quale ci siamo conosciuti virtualmente per la prima volta, in quel caso - se non ricordo - male la tua ricerca era legata al mondo degli audiovisivi e dei social network. A tal proposito quale pensi che sia il futuro della televisione? La duplicazione dello schermo è un trend in forte crescita ma sei convinta che la televisione abbia ancora qualcosa da dire? Oppure tra cinque/dieci anni tutto sarà spostato sul web? 

Non credo negli aut aut tecnologici, credo negli ecosistemi che crescono e prosperano grazie alla diversità e alla disponibilità di varie possibilità di azione. Quando ho vinto Working Capital nel 2010 il progetto coincideva in parte con la mia tesi di Dottorato di Ricerca - http://www.scribd.com/doc/57476197/AUDIOVISIVI-E-SOCIAL-NETWORKS-ILTESTO-E-I-... .
Dopo i mesi trascorsi alla University of Nottingham e vari confronti con studiosi internazionali come Henry Jenkins, ho completato e discusso la tesi nel maggio 2011, raggiungendo - tra le altre conclusioni - anche quella che il futuro del Social Media Marketing e dell'user engagement per gli audiovisivi avrebbe avuto molto da dire soprattutto nell'ambito della Social Tv. Insieme ai big data e al Social Media Monitoring, questo è infatti l'altro campo di ricerca del quale oggi mi occupo attivamente e sul quale ho fatto vari interventi e pubblicazioni.
Vedo un futuro in cui gli utenti tenderanno sempre maggiormente a interagire con i prodotti audiovisivi e a determinarne forme narrative e storytelling. Lo faranno - lo stanno già facendo - con applicazioni mobile e web based e lo faranno con app integrate nelle Smart TV.
Altri vorranno però avere l'opportunità di fruire dei prodotti audiovisivi in modo classico.
Entrambe le opportunità dovranno essere consentite.
Gli schermi dunque potranno convergere ma avrà ancora un senso poterli tenere separati.

Il tuo speech al Social Business Forum 2012 ( http://www.socialbusinessforum.com/?lang=it )  sarà intitolato: "From big data to insights: Social Media analytics and actionables". Di cosa ci parlerai? E' davvero così importante - oggi - saper analizzare correttamente i dati e le informazioni cui siamo sottoposti quotidianamente?

Assolutamente sì. Come accennavo sopra, la complessità e la grande mole di dati con cui abbiamo a che fare al giorno d'oggi è uno dei più grandi doni a cui decenni di miglioramenti e mutamenti tecnologici ci hanno condotto. Oggi non abbiamo il problema del reperimento dei dati, abbiamo semmai l'esigenza di saperli organizzare, leggere e trasformare in azione. È Lavoisier applicato ai dati provenienti da Web e Social: le conversazioni sono persistenti (monitorabili), analizzabili (attraverso gli insights) e trasformabili (grazie alle attività in ambito operations) in attività concrete.
Agire e analizzare in real time è un'esigenza imprescindibile e la via attraverso la quale acquisire un rilevante vantaggio competitivo.
Al Social Business Forum espliciterò meglio questo processo.

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Di che cosa ti stai occupando ultimamente in Telecom Italia? Di recente sei stata anche al MIT Media Lab che per noi è un po' l'"ombelico del mondo": come è stata quest'esperienza?

Attualmente lavoro in Telecom come Social Media Analyst (ma, per i motivi che vedremo più avanti, sarebbe più corretto dire Data Scientist) e researcher, presso la funzione "Branding, Corporate Identity e Ricerche", guidata da Loredana Grimaldi.
Ancor prima di discutere la tesi di Dottorato e completare l'anno di ricerca per Working Capital ho ricevuto l'offerta di lavorare in azienda al progetto di start up della Reputation Monitoring Room, una facility dedicata esclusivamente al monitoraggio delle conversazioni relative al nostro Brand.
Lavoro nella Reputation Monitoring Room ormai da un anno e posso dirti che la coniugazione tra la dimensione di ricerca e quella concreta di trasformazione delle attività di ricerca in modelli concreti di analisi e valutazione delle attività rappresenta uno degli aspetti più interessanti del mio lavoro.
Aggiungi a ciò che - come hai anticipato - di recente sono stata presso il MIT Media Lab (un sogno che coltivavo sin dal primo anno di Dottorato!), in occasione della conferenza Inside Out dedicata ai membri (tra i quali, appunto rientra anche Telecom Italia). http://www.media.mit.edu/events/spring12/overview 
Il direttore - Joi Ito - in uno dei panel ha detto che i progetti del Media Lab sono caratterizzati da tre aspetti principali: "uniqueness, impact, magic". Non solo ciò che lì si sviluppa, ma anche tutto ciò che ricerche e aziende stanno realizzando deve tendere a questi tre aspetti e mirare ad un'alta triade di caratteristiche: "openness. Scale. A makers movement".
Big data, cloud e crowdsourcing sono state le parole d'ordine che hanno permeato non solo gli interventi durante Inside Out, ma anche i meeting dell'Information Technology Conference: http://ilp.mit.edu/conference.jsp?confid=42&tabname=overview tenutasi presso la MIT Sloan School of Management e a cui abbiamo inoltre, partecipato.
La figura del data scientist sembra essere sempre più al centro delle ricerche e delle strategie aziendali. La sensazione - rafforzata anche dall'opportunità avuta di parlare direttamente con molti professori del MIT, oltre che di visitare e testare quanto si sta realizzando presso i vari laboratori (tra tutti la mia preferenza va in assoluto ai dipartimenti Human Dynamics, Macro Connections e Machine Learning) - è stata quella di aver toccato il futuro con mano e, allo stesso e grazie a ciò di cui mi occupo in Telecom, di aver capito di esserne parte e attrice.
Vorrei raccontarti di più ma gli spunti raccolti sono davvero moltissimi e li stiamo ancora riordinando. Tra qualche settimana potrete leggerne il resoconto preparato da me e Massimiliano Spaziani (responsabile della Reputation Monitoring Room e compagno di viaggio, nonché mio tutor in Telecom: http://it.linkedin.com/in/massimilianospaziani ) su Voices, il blog di Telecom Italia: http://voices.telecomitaliahub.it/ .

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Mon, 07 May 2012 10:16:54 -0700 Misurare l'online brand reputation: social media listening insights http://www.sociallearning.it/misurare-lonline-brand-reputation-social-medi http://www.sociallearning.it/misurare-lonline-brand-reputation-social-medi

Chi segue questo blog sa che uno degli interessi di ricerca maggiori è quello dedicato al tracciamento e alla misurazione dell'online brand reputation.

Cosa dicono di noi in rete? Come posso misurare e dare un senso all'enorme mole di conversazioni che sono presenti in rete sulla mia azienda? Come posso rendere più efficace ed efficiente la comunicazione con i miei consumatori partendo dall'ascolto attivo delle loro esigenze?
A cosa mi serve ascoltare quello che hanno da dirmi? Per quale motivo potrei commettere un grosso errore nel non considerare le conversazioni online che mi riguardano da vicino?

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A tutte queste domande prova a rispondere quella metodologia nota come Social Media Monitoring. Io ultimamente preferisco parlare di Social Media Listening in realtà, rifacendomi al famoso tweet di Gianluca Diegoli che sottolineava come le persone si dovessero ascoltare e i server monitorare. In realtà al di là delle differenze stilistiche e di vocabolario misurare la reputazione e la presenza online di un brand è divenuta una competenza fondamentale per tutti coloro che hanno intenzione di aprire, o che già possiedono e si trovano a gestire, un canale di dialogo sui social media.
L'ascolto è altresì il primo step da tenere in considerazione per la costruzione di una Social Media Strategy e di una Social Media Policy che diano delle regole e dei programmi per la governance dei canali sociali all'interno e all'esterno dell'impresa.

Vorrei in questa sede presentare due strumenti, o meglio: due griglie di lettura per aiutare nella comprensione e nell'analisi della reputazione online di un brand.
Non si tratta di ricette predefinite ma semplicemente di due comodi strumenti di lettura che con il team di OpenKnowledge abbiamo messo appunto negli ultimi anni in progetti che ci hanno coinvolto in questa direzione.

Il primo strumento lo chiamo Social Radar e ci aiuta a identificare secondo alcuni assett la presenza online di un brand verso quali obiettivi strategici è collocata.

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E' possibile - per ognuno di questi livelli di analisi (che ricordiamo è possibile impegnare contemporaneamente e non sono mutualmente esclusivi) identificare alcuni esempi che possano chiarire cosa intendiamo.

Per quanto riguarda l'Innovazione, un esempio classico di utilizzo dei Social Media per sfruttare questo assett può venire dalla piattaforma, ormai universalmente nota My Starbucks Idea. Di cui abbiamo un video qui:

L'idea fondamentale qui è quella di sfruttare il potere e l'intelligenza della massa di utenti e di consumatori ai fini di migliorare la qualità del prodotto o del servizio offerto.
Si tratta di rivoluzionare completamente il classico approccio top-down dell'R&D e di far entrare in gioco logiche top-down dove a prevalere è solo l'idea migliore e quella maggiormente apprezzata dalla comunità.

Per quanto riguarda la comunicazione con i propri clienti un esempio eccellente ci viene da quello che KLM ha fatto con i propri consumatori attraverso il monitoraggio delle conversazioni condivise pre e post volo.
Qui il video di esempio di quanto è stato fatto:

Per quanto riguarda l'ascolto l'esempio più universalmente noto è probabilmente quello del DELL Listening Center di cui abbiamo già parlato anche in questa sede.
La sfida in questo caso è quella di interagire in tempo - quasi - reale con i propri clienti nell'instaurazione di un dialogo co-costruttivo che si trasformi per il brand in quello che viene chiamato "Win Win" in cui l'azienda è soddisfatta di quello che propone ai consumatori per il fatto stesso che - attraverso il processo di ascolto - sta fornendo loro proprio quello di cui hanno bisogno.

Un buon esempio di vendita e di quello che può essere fatto con i social media ci viene poi dall'esperienza di Nokia con FourSquare raccontata in questo bel video:

Riassumendo: fondamentalmente il radar ci fornisce una matrice di analisi attraverso cui tracciare le conversazioni e gli obiettivi strategici di un brand online: con che scopo sta utilizzando i canali sociali? Con che funzione? In che modo? Con quali risultati?
Comprendere e fornire risposta a queste domande diviene il primo punto di partenza per la creazione di una Social Media Strategy o in generale per diventare un Social Business a 360°.

Un secondo strumento di lettura della web reputation online può essere la griglia riportata qui sotto.

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Come visibile si tratta solo di alcune delle possibili metriche che si possono prendere in considerazione e solo su alcuni canali. Va da sé che le riflessioni possono essere notevolmente ampliate, aumentando sia il numero di canali e di piattaforme analizzate sia il numero di indicatori da monitorare.

Scopo di questo mio post è stato quello di raccogliere e di "cristallizzare" - per quanto possibile - alcune delle riflessioni maturate assieme ai colleghi in anni di progetti di monitoraggio e di analisi della web reputation delle aziende.

Il resto, come sappiamo, è un mare da navigare. Forse questi piccoli strumenti possono servirci da bussola e mappa per capire come vogliamo orientare la rotta, il resto del lavoro deve farlo un buon capitano!

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Mon, 23 Apr 2012 06:34:00 -0700 Intervista a Stefano Besana: il futuro delle aziende è social http://www.sociallearning.it/intervista-a-stefano-besana-il-futuro-delle-a http://www.sociallearning.it/intervista-a-stefano-besana-il-futuro-delle-a

Riporto qui la mia intervista fatta per Working Capital e pubblicata originariamente sul loro blog 
http://www.workingcapital.telecomitalia.it/2012/04/il-futuro-delle-aziende-e-...
Ringrazio ancora Lorenzo per l'occasione e la disponibilità mostrata. 

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Che cos’è esattamente il social business?

Riprendo la definizione del mio amico e collega Emanuele Quintarelli : un social business è “un’organizzazione che ha messo in campo le strategie, le tecnologie ed i processi atti a coinvolgeresistematicamente tutti gli individui che compongono il proprio ecosistema (dipendenti, clienti, partner, fornitori) nella massimizzazione del valore scambiato”. Un social business è, in un certo senso, un modo più naturale e più concreto di relazionarci con gli altri. È un’azienda centrata sulle persone: capace di evolvere, di rispondere alle sfide del mercato, di fare innovazione partecipata e di coinvolgere tutti i portatori d’interesse al fine di migliorarne profitti e valore. Riprendendo una terminologia che viene dalla Teoria dei Giochi possiamo dire che il Social Business è un “Win Win” in cui vince l’azienda che lo applica, perché riesce a essere più reattiva e a rispondere meglio alle sfide che i consumatori le propongono, e vincono i consumatori stessi, che riescono a migliorare il loro rapporto con le organizzazioni con cui entrano in relazione.
Di questi e di moltissimi altri temi parleremo il 4 e 5 giugno 2012 al Marriott Hotel di Milano, nell’ambito del SocialBusinessForum, l’evento europeo più importante del settore che con OpenKnowledge organizziamo ormai da 5 anni.

La diffusione del social business e delle dinamiche collaborative in azienda è certamente facilitata da fattori tecnologici, ma credi possa avere delle implicazioni anche sullo spirito e gli obbiettivi del fare impresa?

Il social business è certamente collegato alle tecnologie, ma è prima di tutto un avanzamento culturale. Volendo citare Manuel Castells, “non esistono rivoluzioni tecnologiche senza trasformazioni culturali”. In Italia molte volte il problema del fare innovazione è proprio questo: un’arretratezza culturale ancor prima che di competenze. Gli spazi e i mercati ci sono, con la crisi strutturale che stiamo vivendo (è interessante notare che in Giappone il Kanji usato per scrivere “crisi” – kiki – contiene in sé anche la parola “opportunità“) il Social Business rappresenterebbe una solida via di uscita ma la paura e la resistenza al cambiamento molto spesso tengono in vita tradizioni culturali obsolete e modalità di lavoro che non sono più adatte al mercato di oggi. Non dimentichiamoci nemmeno, però, che una strategia di Social Business non può essere improvvisata.

In particolare, ci puoi spiegare cos’è il social learning?

Il Social Learning non è altro che la declinazione dei principi del social business all’interno di quelle funzioni aziendali che si occupano di formazione e gestione del personale: come posso erogare contenuti formativi e come posso passare dei contenuti o semplicemente fare del knowledge management con queste nuove tecnologie? Cosa devo cambiare? Quali soluzioni mi offre il mercato?

Un anno fa, sul mio blog ho avuto modo di intervistare George Siemens  e di discutere con lui di come il Social Learning non fosse altro che un ritorno al nostro modo naturale di conoscere, di apprendere e di sperimentare. Lo cito per spiegare meglio il fenomeno di cui stiamo parlando: 
Conoscere oggi significa essere connessi. La conoscenza si muove troppo velocemente perché l’apprendimento possa essere solo un prodotto. Eravamo abituati ad acquisire conoscenza avvicinandola a noi stessi. Ci veniva detto di ‘possederla’, di farla esistere nelle nostre teste. Ma non possiamo più cercare di possedere tutta la conoscenza necessaria personalmente. Dobbiamo custodirla nei nostri amici o all’interno della tecnologia.

Che cos’è la Gamification?

La Gamification è l’applicazione e l’integrazione delle dinamiche ludiche all’interno di un sito o di una community al fine di aumentare partecipazione e coinvolgimento degli utenti. Non dobbiamo però considerarlo il fenomeno del momento (l’edutainment e i serious game sono cose consolidate) o qualcosa di passeggero. Sono molti i casi di successo di cui ho parlato nel mio blog che ci aiutano a comprendere come un concetto in apparenza “aleatorio” possa essere calato nel concreto per portare dei veri risultati. Vale quanto detto prima: non si può improvvisare.

Perché in azienda l’approccio ludico al lavoro è sempre stato considerato con diffidenza? L’Italia in questo si comporta diversamente da altri paesi?

Credo anche in questo caso per una questione culturale del nostro paese. L’innovazione non è mai stata vista come uno dei cardini principali del successo aziendale. Per fortuna le acque si stanno muovendo, anche grazie a progetti come Working Capital. Credo che comunque il futuro sia roseo, molto più del passato.

Chi mi segue avrà capito che amo particolarmente le citazioni per questo ne riprendo una di William Gibson che adoro e che mi ha portato fortuna nel 2010 facendomi vincere Working Capital nella tappa di Bologna: “Il futuro è già in mezzo a noi – solo non equamente distribuito”. Ma le cose stanno cambiando.

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Sat, 07 Apr 2012 03:55:35 -0700 Social Business Forum 2012 e Young Digital Lab: due eventi da non perdere! http://www.sociallearning.it/young-digital-lab-e-social-business-forum-201 http://www.sociallearning.it/young-digital-lab-e-social-business-forum-201

Uso questo post per segnalare due eventi (uno nel mese di maggio e uno agli inizi di giugno) a cui sono invitato come speaker. 

Il primo appuntamento è quello con i ragazzi dello Young Digital Lab che organizzano a Milano una due giorni di seminario verticale su come impostare e realizzare una Digital Strategy ( http://www.youngdigitallab.com/eventi/corso-in-digital-strategy-nel-social-wo...

Ma che cos'è esattamente il progetto Young Digital ?
Come si legge sul sito:

Young Digital Lab nasce nel 2010 con la missione di portare informazione e cultura del Social Web e del digital marketing alle aziende italiane: e chi può farlo meglio di una rete di giovani professionisti del digital under 30?

Un network di giovani professionisti che si riunisce nel format di Young Digital Lab: un laboratorio itinerante dedicato alle aziende e alle agenzie che vogliono comprendere le opportunità offerte dal nuovo Web, e i cambiamenti che esso impone, attraverso lo sguardo e le parole di alcuni tra i giovani che più si stanno affermando nel panorama del Web marketing italiano.

Eventi di formazione permeati dalla filosofia e dalla cultura della collaborazione, in cui il pubblico al pari dei relatori crea un evento ogni volta diverso dagli altri. 

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Il costo di iscrizione, comprensivo di coffee break e light lunch, è di 470€ + IVA. Young Digitals adotta la formula Young2Young e offre il 30% di sconto agli iscritti al corso che non abbiano ancora compiuto i 30 anni al momento dell'iscrizione.

L'appuntamento è fisato a Milano (Giardino Aristide Calderini) per il 10-11 Maggio 2012

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Il secondo evento di cui voglio parlarvi è - invece - l'ormai noto appuntamento fisso con l'innovazione europea. Il Social Business Forum che organizziamo con OpenKnowledge e che quest'anno giungendo alla quinta edizione diviene un punto di riferimento nel settore mondiale. 
Da pochi giorni è online il nuovo sito all'indirizzo: http://www.socialbusinessforum.com/

Come si legge sul comunicato ufficiale: 

Alla quinta edizione consecutiva, il Social Business Forum si conferma come evento di punta in Europa sull’evoluzione della collaborazione, del marketing, del servizio al cliente e dell’innovazione nell’era del social media.

Con più di 3600 partecipanti, 150 speaker internazionali, 60 aziende a condividere le proprie esperienze nelle edizioni precedenti, la conferenza porta in Italia un mix unico di visione, casi di successo, modelli di intervento, best practice su come accelerare il business tramite un miglior coinvolgimento di dipendenti, clienti, partner e fornitori.

In un susseguirsi di keynote, interventi singoli, tavole rotonde e presentazioni aperte a tutti gli iscritti, i partecipanti affronteranno a 360 gradi i cambiamenti di management, leadership, business, tecnologia che le organizzazioni si trovano di fronte nel trarre un vantaggio strategico dai nuovi canali digitali.

Hanno già confermato la loro presenza in questa quinta edizione alcuni speaker di altissimo livello, tra cui: 

  • John Hagel (Co-Chairman, Center for the Edge at Deloitte & Touche, Autore di The Power of Pull)
  • Frank Eliason (SVP of Social Media at CitiBank)
  • Ray Wang (CEO presso il Constellation Research, ex VP Forrester Research)
  • Steven Denning (Autore del libro Radical Management)
  • Sameer Patel (Global Vice President, Enterprise Social e Collaborative Software in SAP)
  • Jerome Colombe (Head of Web Governance in Alcatel-Lucent)
  • Brian Salis (Head of Social Media Innovation in BT Customer Service)
  • Esteban Kolsky (Founder in thinkJar e membro del Board of Advisors presso la Rotman School of Management)
  • Rawn Shah (Social Business Strategist at IBM and blogger on Forbes.com)
  • Mark Tamis (Social CRM e Social Business Strategist in NET-7)
  • Bertrand Duperrin (Management e Enterprise 2.0 Consultant in NextModernity)
  • Judith Matharan (Responsabile Comunicazione Interna in Pernod Ricard)
  • Oscar Berg (Future Office Evangelist at Tieto)
  • Ram Menon (President - Social Computing in TIBCO Software)
  • John Stepper (Managing Director Collaboration e Social Media in Deutsche Bank)
  • Luis Suarez (Community Builder & Social Computing Evangelist in IBM)

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Alcuni dei temi che verranno affrontati in questa edizione sono invece di sicuro interesse per tutte quelle aziende che intendono trarre un reale e concreto profitto e generare del valore a partire dall'introduzione dei sistemi social all'interno delle loro logiche organizzative: 

  • La Intranet come hub collaborativo di interazione, relazione e comunicazione
  • I social nework interni per la condivisione di conoscenza e l’accesso agli esperti
  • Il Social CRM per collegare i social media ai processi di interazione con il cliente
  • L’evoluzione dei modelli organizzativi, di leadership, management e business
  • Il social media marketing e monitoring per amplificare le conversazioni e la capacità di raggiungere i clienti 
  • L’aumento dell'agilità e dell’efficienza tramite le community di dipendenti 
  • La socializzazione dei processi di gestione del cliente, innovazione e sviluppo del prodotto
  • La misurazione del ritorno dell'investimento e della vitalità delle community
  • Metodologie di analisi degli scambi informali e dei network partecipativi
  • Gamification e meccanismi di gioco per il coinvolgimento degli utenti

Per i primi giorni è possibile inoltre avere accesso a una Crazy Early Bird che permette - in via del tutto eccezionale - di aggiundicarsi il biglietto (del valore di 900€) della due giorni di conferenza a un prezzo stracciato di 200€

L'appuntamento con il Social Business Forum è per il 4-5 Giugno al Marriott Hotel di Via Washington 66. Per informazioni sulla registrazione consultare il sito ufficiale: http://www.socialbusinessforum.com/registration/register-now/?lang=it

Bloccate le agende e stay tuned per i prossimi aggiornamenti! 

 

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Fri, 23 Mar 2012 03:04:00 -0700 Case Study: il Social Learning in pratica http://www.sociallearning.it/case-study-il-social-learning-in-pratica http://www.sociallearning.it/case-study-il-social-learning-in-pratica

Non molto tempo fa ho lanciato alcune idee per un'ipotesi progettuale che cercasse di andare nella direzione di una realizzazione concreta di un progetto di Social Learning. Nello stesso post ho promesso di raccontare qualcosa circa alcuni progetti che stiamo seguendo in OpenKnowledge proprio su questi temi specifici.

Cerchiamo di capire come ci siamo mossi per realizzare un ambiente di apprendimento complesso ma al tempo stesso semplice che fosse in grado di tenere assieme le riflessioni portate avanti da ormai due anni a questa parte.

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Il contesto di riferimento
Una grande multinazionale con un'esigenza ben precisa: rivedere il proprio Learning Management System causa obsolescenza. Il progetto è nato quindi da una necessità ben specifica del cliente di effettuare un porting di tutti i dati storici e dei pacchetti SCORM/WBT formativi in modo da poter continuare a offrire i moduli formativi a tutti i propri dipendenti (parliamo di una popolazione servita superiore alle 5000 persone).

La piattaforma impiegata
La vecchia piattaforma tramite cui erano gestiti i corsi era .LRN ( http://openacs.org/projects/dotlrn/ ) un progetto ormai vecchio e non più correttamente supportato.
L'utilizzo che viene fatto di questa piattaforma è un utilizzo molto classico, basato su learning object molto precisi e molto concreti in cui la parte di e-learning viene fruita in modalità estremamente tradizionale come semplice juke-box di contenuti e repository di file.

Detto questo la nostra sfida - e il campo in cui ci siamo giocati l'idea - è stato quello di offrire al cliente non solo un mero porting di dati ma una piattaforma che integrasse i tre assett fondamentali che riteniamo indispensabili all'interno della progettazione di un ambiente di Social Learning:

  1. CMS = gestione dei contenuti e presentazione degli stessi in modalità user-friendly, graficamente accattivante e nel rispetto dei classici principi della user experience: non è un caso raro che piattaforme aziendali di gestione della formazione e dei corsi di apprendimento presentino un'interfaccia tutt'altro che in linea con queste riflessioni. Ambienti difficili da utilizzare, macchinosi e dallo scarso appeal sono - infatti e purtroppo - all'ordine del giorno
  2. LMS = un'azienda ha esigenze ben specifiche di erogare corsi per i quali è richiesto un tracciamento (pensiamo solo anche a quelli obbligatori per legge) e un motore che faccia da LMS classico deve essere presente in un ambiente di Social Learning. Lo ricordiamo ancora una volta: realizzare un rpogetto di SL non significa buttare all'aria anni di esperienze e di apprendimento sul mondo e-learning ma piuttosto valorizzare queste esperienze alla luce di un contesto che è mutato.
  3. Community = le community, l'aspetto social: la vera rivoluzione che ci ha coinvolti in questi anni. Saper valorizzare le comunità di pratica con quelle che sono le lezioni apprese dai social media risulta oggi il vero fattore differenziante per la realizzazione di un ambiente di apprendimento significativo che sia realmente in grado di generare del valore per tutto l'ecosistema aziendale.

La soluzione ipotizzata
Come ci siamo dunque mossi per rispettare i principi di quanto detto?
Prima di tutto la scelta dell'LMS. Abbiamo voluto optare per un software open, la scelta è ricaduta su Moodle, piattaforma assai nota e considerata ai massimi livelli tra gli LMS.
Per rendersene conto basta dare un'occhiata alle statistiche riportate sul sito ufficiale di Moodle: http://moodle.org/stats/

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Tuttavia i limiti dell'integrazione sociale di Moodle sono ben noti: la piattaforma non presenta molte delle funzioni che strumenti votati più al Social hanno (in questo senso basti pensare anche solo a un'interfaccia come quella di Schoology di cui ho parlato ampiamente in passato - http://www.sociallearning.it/luso-dei-social-media-nella-formazione-e-il-l ).

Come fare dunque per sopperire a questi limiti e come personalizzare in modo molto più efficace l'interfaccia di Moodle?.
L'idea in questo caso è stata quella di utilizzare una soluzione come Joomla (noto CMS leader nel settore) - http://www.joomla.org/

Schermata_2012-03-23_a_10

A questo punto resta da definire un tema di integrazione dei due ambienti che abbiamo scoperto essere già prevista e implementabile attraverso un semplice plugin: http://www.joomdle.com/en/

Arrivati a questo punto - i più attenti se ne saranno accorti - abbiamo implementato 2 delle tre funzioni ipotizzate per un ambiente di Social Learning.
Resta scoperta la gestione degli aspetti informali che abbiamo coperto anche in questo caso con un plugin ad hoc per la creazione di community interne a Joomla: il plugin in oggetto è JomSocial - http://www.jomsocial.com/

Qui sotto potete vedere alcune schermate di concept di realizzazione dell'applicazione.

Snodi Conclusivi
Il caso presentato vuole solo essere uno spunto per capire come sia possibile con pochi semplici strumenti realizzare un ambiente di apprendimento che sia il più ricco e stimolante possibile e che tenga conto di tutte le esigenze dei singoli attori coinvolti.
La difficoltà tecnica di realizzazione di un ambiente di questo tipo è modesta. La vera sfida oltreché nella progettazione sta nel mantenimento e nel coinvolgimento dei soggetti in apprendimento.
In ogni caso resta sempre anche valida l'idea che un progetto di Social Learning, ma come più in generale un qualunque progetto di Social Business debba essere studiato "sartorialmente" sulle basi delle specifiche esigenze: che sono differenti e specifiche per ogni situazione e caso.

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Fri, 16 Mar 2012 03:08:00 -0700 Social Business Forum 2012: from social to business http://www.sociallearning.it/social-business-forum-2012-from-social-to-bus http://www.sociallearning.it/social-business-forum-2012-from-social-to-bus

Torna per il quinto anno consecutivo il Social Business Forum. L'evento leader in Europa sui temi del social business, dell'enterprise 2.0, del social CRM, del community management e dell'innovazione partecipata. 

L'appuntamento è come ogni anno per il mese di Giugno (4-5) al Marriott Hotel di via Washington a Milano. Il sito web ufficiale dell'evento è http://www.socialbusinessforum.com

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Le caratteristiche di questa edizione e i motivi per cui dovreste essere presenti: 

  • 5 anni di storia internazionale, oltre 3600 partecipanti, più di 150 Speaker
  • Incontra pionieri, leader ed esperti provenienti da ogni parte del mondo
  • Connettiti con una rete di operatori, manager, consulenti per costruire rapporti a lungo termine e aiutare la tua azienda a crescere
  • Sessioni gratuite, keynote, percorsi paralleli, una open conference
  • Tutti gli interventi tradotti in tempo reale in italiano e inglese
  • Decine di aziende che condivideranno esperienze e storie di successo
  • Un’area demo per scoprire le soluzioni più innovative di Social Business

Potete dare un'occhiata a quello che è successo nelle passate edizioni dall'account ufficiale di Flickr: http://www.flickr.com/photos/socialbusinessforum o dal canale su Vimeo in cui è possibile visionare tutti gli speech delle passate edizioni del Forum: http://vimeo.com/socialbizforum. O ancora le presentazioni utilizzate dagli speaker su Slideshare: http://www.slideshare.net/SocialBizForum/

Non mi resta che dirvi: stay tuned per scoprire prossimamente tutti i dettagli sull'agenda e sugli speaker che parteciperanno a questa edizione.  

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Wed, 07 Mar 2012 03:38:17 -0800 JazzAscona: un festival "Social" http://www.sociallearning.it/jazzascona-un-festival-social http://www.sociallearning.it/jazzascona-un-festival-social

Di solito non parlo direttamente dei progetti che mi coinvolgono, ma in questo caso ho deciso di fare un'eccezione sia perché credo sia interessante parlarne sia perché tengo molto al lavoro che è stato fatto negli ultimi anni in questa direzione.

Dal 2008, come forse alcuni di voi già sanno, mi occupo di seguire la comunicazione online di JazzAscona, un Festival che si tiene ogni anno, nel periodo di Giugno/Luglio in Ticino nella splendida località di Ascona per l'appunto.

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Ma che cos'è esattamente JazzAscona? Come si legge dall'editoriale sul sito:

10 giorni e 10 notti di festa, migliaia di spettatori attesi, circa 200 concerti che si tengono su sei palchi in riva al lago e in vari punti del centro storico. Ascona non è solo uno dei principali eventi mondiali dedicati al jazz classico e al New Orleans Beat, ma anche un festival di qualità, unico nel suo genere, che attira appassionati ed addetti ai lavori da tutta Europa. Il suo programma originale - quest’anno ampiamente dedicato alle donne nel jazz – include eventi speciali, nomi affermati, giovani emergenti e musica ad alto contenuto spettacolare che spazia dal New Orleans allo swing, dal blues al gospel, dall’R&B al funk. E tutto ciò in una location di rara bellezza e in una dimensione dove il contatto umano – in primis con gli stessi musicisti - è ancora possibile.  Bisogna insomma aver vissuto almeno una volta nella vita la magia di una serata a JazzAscona. Per poi tornarvi ogni anno. Buon festival a tutti, vi aspettiamo!

Si tratta quindi di una grandissima manifestazione culturale di grande rilievo e interesse per tutti gli appassionati di musica e di jazz classico. Un'atmosfera davvero unica in cui il contatto tra pubblico e artisti e' magico, confidenziale e in cui è possibile respirare la tanto caratteristica aria di New Orleans immersi in un panorama di tutto rispetto.

Per approfondire l'atmosfera del Festival vi consiglio anche la visione di questo bellissimo documentario della RSI:

Ovviamente non scrivo questo post per decantare le bellezze di Ascona ma per analizzare il progetto che abbiamo portato avanti in questi anni e che stiamo provando a far evolvere giorno dopo giorno.
Il Festival ha - infatti - diversi canali social che stiamo tentando, nei limiti imposti di far funzionare al meglio. Nello specifico:

Sito Web di JazzAscona
Il sito web del Festival - http://www.jazzascona.ch - è l'aggregatore fondamentale di tutti contenuti in cui è presente anche un archivio storico delle precedenti edizioni e differenti sezioni multimediali per entrare appieno nell'atmosfera del Festival. Non mancano ovviamente informazioni dettagliate sugli artisti e notizie generali di contesto. Presenti anche i dettagli logistici per prendere parte all'evento.

YouTube
Sul canale ufficiale di YouTube - http://www.youtube.com/user/jazzascona?feature=watch - vengono caricati video delle performance degli artisti ma anche conferenze stampa, interviste e approfondimenti video che aiutino a cogliere dei momenti del festival. Inutile dire che molti di questi video sono delle vere e proprie perle rare e rappresentano un patrimonio culturale di livello.

Facebook
All'interno del noto Social Network si configurano principalmente dinamiche di discussione, di rilancio delle iniziative ma anche di promozione del Festival stesso.
Quello che si sta provando a fare è creare una community di appassionati non solo di Jazz ma di musica in generale. Lo trovate qui: http://www.facebook.com/JazzAscona
Sfruttando anche la funzione recente delle Timeline per le pagine è stato anche possibile costruire una cronistoria ad immagini del Festival valorizzandone anche la storia che vanta ben 28 anni di tradizione.

Flickr
Il noto repository di fotografie - http://www.flickr.com/photos/jazzascona - viene utilizzato sia in chiave promozionale sia come canale diretto con la stampa. Attraverso la piattaforma i giornalisti possono infatti scaricare e utilizzare liberamente (a patto di citarne il copyright si intende) le fotografie per utilizzarle nei loro articoli.

Twitter
Twitter viene utilizzato principalmente come cassa di risonanza per dare spazio alle attività svolte sul sito e sulla pagina Facebook - https://twitter.com/#!/jazzascona


Sebbene con i limiti di un'organizzazione non proprio 2.0 e con le difficoltà culturali e organizzative del coordinamento di canali social in cui l'investimento è minimo credo - al di là di tutto - che quello di JazzAscona sia un caso interessante e spero che abbia modo di crescere, con o senza il mio contributo, nei prossimi anni. Questo nel tentativo di avvicinare al jazz anche quelle giovani generazioni che non ne sono a conoscenza. In questo senso sono convinto che il potenziamento dei canali social possa essere la via più efficace sia in termini di pubblicizzazione dell'evento sia in termini di diffusione della cultura, che in questo modo rimane nel tempo e si consolida nella rete.

Non mi resta che lasciarvi con l'augurio di vederci tutti alla prossima edizione. Dal 21 Giugno al 1 Luglio 2012.

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Tue, 28 Feb 2012 08:43:56 -0800 Realizzare il Social Learning: un'ipotesi progettuale http://www.sociallearning.it/realizzare-il-social-learning-unipotesi-proge http://www.sociallearning.it/realizzare-il-social-learning-unipotesi-proge

Questo blog ha compiuto di recente un anno di vita e mi ha accompagnato nell'ultimo periodo in riflessioni e nella raccolta di spunti che hanno riguardato principalmente il tema del Social Learning e dell'evoluzione degli scenari formativi e di apprendimento all'interno delle organizzazioni più o meno complesse. 

Con questo post mi piacerebbe cercare di ricollegare e tenere assieme un po' di discussioni fatte nell'ultimo periodo e di provare a declinare all'atto pratico il Social Learning cercando di fornire anche un'ipotesi progettuale e alcune linee guida per poterlo effettivamente metterlo in pratica. 

Immagine_2

L'idea alla base
Abbiamo visto diverse volte come il Social Learning non abbia una definizione univoca né semplice. Riprendendo le riflessioni condivise un anno fa con George Siemens possiamo dire che si tratta di un ritorno più naturale al nostro relazionarci con le informazioni e con le modalità di apprendere che oggi vengono facilitate dalle tecnologie sociali. Come il Social Media Marketing è la declinazione del Social Business a livello di customer engagemnt possiamo dire che il Social Learning sia la declinazione del Social Business a livello di pratiche HR e formative dentro l'azienda. In generale il Social Learning riguarda le modalità di apprendimento all'interno dell'azienda (e dell'azienda) che sono collocate in un ambiente più collaborativo, partecipato e emergente. In un parola in un ambiente più Social. 
Non si tratta quindi della semplice applicazione dei Social Media nel campo della formazione e della gestione della conoscenza, ma di un rivedere in modo radicale il knowledge management delle aziende.

Il contesto nel quale ci si muove
In questo caso è necessario distinguere due contesti, o meglio un contesto e un orizzonte. L'orizzonte come già citato è quello del Social Business con le tecnologie, le metodologie e gli scenari che gli sono propri. Il contesto - invece - è quello tipico organizzativo in cui le metodologie classiche dell'e-learning tradizionale vengono avvertite come obsolete e non più adatte alle risposte e alle sollecitazioni che vengono dall'esterno. 
Questo ci permette di fare alcune riflessioni sulle esigenze specifiche di formazione che un'azienda ha. Molto spesso quello che capita è lo scontrarsi con realtà che faticano a cambiare e a evolvere le loro soluzioni più per problemi legati a specifici corsi che sono erogati in modalità "tradizionale" più che per mancato interesse o cultura in questo senso.

Un classico esempio in questo senso può essere fatto prendendo in esame una tipologia di corso che viene spesso erogato in formato di pacchetto WBT: un corso su un decreto legge (es 626) i cui contenuti devono essere immagazzinati per legge e che tutti i dipendenti di una data azienda devono memorizzare in una modalità che non differisce troppo da quella dell'imparare in modo mnemonico i contenuti di un manuale cartaceo. Sempre su questo livello si innestano le tematiche legate alla reportistica che devono essere garantite per legge e che quindi si scontrano - inevitabilmente - con i meccanismi dell'informale e del non pianificato che invece maggiormente vengono messi in luce dal Social Learning.

E' possibile tenere assieme i due mondi apparentemente antitetici? Come?

Il tool e l'ambiente di apprendimento
Come sappiamo la tecnologia è un "di cui" per questo infatti credo sia opportuno più che di tecnologia parlare di "ambiente di apprendimento" in questo caso "social learning environment". Perché? Perché come abbiamo visto in post precedenti la tecnologia in grado di creare il Social Learning NON esiste. Allo stato attuale sul mercato non è presente nessuna soluzione che sia in grado di rispondere a tutte le esigenze formative che abbiamo espresso in questa sede e che sia in grado di tenere insieme la dimensione di formazione pianificata e dinamiche informali.

 

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Lo schema proposto analizza i tre differenti livelli presenti all'interno di un ambiente di Social Learning. Tre livelli che possono essere resi da tool differenti nella costruzione di un ambiente che sia il più possibile sartoriale rispetto alle esigenze della specifica azienda e organizzazione.
Va da sé che l'ambiente che si va a creare sarà integrato e gli utenti non dovranno avere la percezione di essere in ambienti differtenti ma in un unico ambiente in cui - di volta in volta - si "accendono" nuove funzioni e si attivano nuovi percorsi a seconda delle esigenze di chi deve apprendere.  

La valutazione e gli esiti
Della valutazione del Social Learning abbiamo già parlato in questa seda (qui per approfondire http://www.sociallearning.it/comprendere-realizzare-e-valutare-processi-di ). In questa occasione vorrei solo sottolineare come non basti implementare una serie di tool per dare via a quello che chiamiamo Social Learning ma sia necessaria un'attenta attività di progettazione, come abbiamo visto: ritagliata sulle esigenze di chi sta esprimendo il bisogno formativo. E' opportuno poi mettere in luce anche come entrino in gioco tutta una serie di dinamiche e di fattori che richiedono un costante mantenimento e una costante coltivazione dell'ambiente e della comunità di apprendimento che si vanno a creare. Progettare, realizzare e utilizzare un ambiente di questo tipo non equivale al semplice schiacciare un bottone e sperare che tutto vada da sé. 

Cosa ne pensate?

 

In OpenKnowledge con alcuni dei nostri clienti stiamo provando a intraprendere questa strada adottando soluzioni e tool che siano in grado di replicare un ambiente di apprendimento che vada in una direzione di quel genere. Nelle prossime settimane scriverò qualcosa a riguardo.

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Tue, 14 Feb 2012 06:55:36 -0800 Social Media Policy: consigli, suggerimenti ed esempi pratici per realizzarla http://www.sociallearning.it/social-media-policy-consigli-suggerimenti-ed http://www.sociallearning.it/social-media-policy-consigli-suggerimenti-ed

Twitter is a great place to tell the world what you’re thinking before you’ve had a chance to think about it.” – Chris Pirillo

Questa divertente quote di Chris Pirillo ci aiuta a riprendere un discorso già affrontato in parte con l'analisi del caso Costa Crociere ( http://www.sociallearning.it/social-media-crisis-management-il-caso-di-cos ) e che richiama all'attenzione un aspetto molto interessante e spesso - purtroppo - messo in secondo piano. 

Ciò che mi piacerebbe condividere in questa sede sono alcuni spunti e alcune riflessioni, esempi concreti e casi studio tratti dalla rete e che vertono sul tema della costruzione di una social media policy: ovvero di una serie di regole (anche se sarebbe meglio dire di consigli) attorno a cui organizzare i comportamenti e gli atteggiamenti dei propri dipendenti e collaboratori.   

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Capita - e le notizie sono anche parecchie in questo ultimo periodo - di leggere di dipendenti che perdono il loro lavoro o vengono scartati a colloqui di selezione per un'incapacità o - meglio - una mancata consapevolezza nell'uso dei social media. Sono numerosi i casi di "leggerezza" in questo senso che lasciano un segno - alle volte anche pesante - sia sulla reputazione del brand sia sulla vita dei singoli dipendenti. 
E' per questo motivo che la costruzione di una policy e di una serie di assett fondamentali che riguardando un corretto uso dei social media è quanto mai importante per regolarne l'attività e rendere tutti più sereni e più liberi.

La prima premessa da fare - quasi scontata, ma sempre doverosa - è che la policy sui social media - così come la strategia da impiegare nel loro utilizzo - è quanto di più sartoriale esista: non esistono ricette pronte o pillole magiche, ma solo esempi a cui ci si può ispirare per costruire il proprio prodotto che sarà chiaramente pensate e ritagliato, appunto, sulle nostre singole e assolutamente specifiche esigenze. 

Cerchiamo di vedere assieme alcuni punti fondamentali. 

Fare chiarezza sull'utilizzo dei canali
A cosa ci riferiamo? Di che cosa stiamo parlando? Come sottolinea questo interessante articolo ( http://www.inc.com/guides/2010/05/writing-a-social-media-policy.html ) il termine "policy" è un cappello generale attorno a cui ruotano tutta una serie di "regole" molto specifiche
Il primo punto da chiarire potrebbe essere proprio quello legato alla comprensione dei canali verso i quali ci stiamo aprendo e della definizione di regole specifiche al loro interno. Va da sé che - pur con una base comunque - questi consigli saranno diversi e personalizzati secondo il canale identificato

Utilizzate le regole dei social media
Può sembrare una banalità ma una social media policy deve basarsi sulle regole dei social media: trasparenza, integrità, rispetto verso gli altri e attitudine alla conversazione sono le basi dalle quali partire. Un esempio di alcune regole generiche che si applicano in qualunque contesto lo trovate in questo interessante documento che fornisce alcune utili indicazioni e consigli su come relazionarsi ( http://www.shiftcomm.com/downloads/socialmediaguidelines.pdf )

Chi, come quando e perché
Quando si definiscono delle regole e delle practice è importante definire non solo i motivi che hanno spinto a questa decisione ma anche - e soprattutto - chi se ne dovrà occupare e dettagliare molto bene quali saranno i ruoli in questo senso. Policy e Strategy vanno di pari passo e devono essere relizzate l'una a partire dall'altra e viceversa. Solo in questo modo si potrà evitare di realizzare un modellino capace di funzionare solo in linea teorica.
Chiarire inoltre le motivazioni che ci portano alla definizione di una policy e sottolineare l'importanza che i social media hanno raggiunto in azienda è sempre un'ottima base di partenza

Proteggere le informazioni personali e delicate 
Come indicato anche in questo articolo ( http://socialfresh.com/a-template-to-help-start-your-social-media-policy/ ) il rispetto delle norme legali, delle informazioni personali, della privacy e di qualunque informazione confidenziale legata al brand deve essere trattata in modo riservato e confidenziale: nel rispetto del lavoro di tutti.  

Keep it simple!
Forse la regola più importante, cercate di essere semplici, diretti efficaci: non dovete fornire un breviario o un manuale di istruzioni per l'uso complicatissimo da usare. Ma dei suggerimenti, utili, efficaci e, perché no, piacevoli da impiegare. Coca Cola ad esempio ( http://www.thecoca-colacompany.com/socialmedia/ ) ha organizzato il tutto attorno a 7 regole/principi guida fondamentali: 

  • LEADERSHIP : The courage to shape a better future;
  • COLLABORATION : Leveraging our collective genius;
  • INTEGRITY : Being real;
  • ACCOUNTABILITY : Recognizing that if it is to be, it's up to me;
  • PASSION : Showing commitment in heart and mind;
  • DIVERSITY : Being as inclusive as our brands; and
  • QUALITY : Ensuring what we do, we do well.

Qui di seguito a mo' di conclusione una serie di documenti utili da cui trarre spunto e a cui ispirarsi per la realizzazione della propria policy dedicata ai social media.

KODAK

Kodak_SocialMediaTips_Aug14.pdf Download this file

Red Cross (Blogging Guidelines)

Red-Cross-Red-Crescent-SocialMedia-Guidelines.pdf Download this file

TNT (Italia)

20100901_TNT_Social_Media_Guidelines-Italian_tcm177-525229.pdf Download this file
 
In rete sono poi presenti alcune raccolte di Social Media Policy famose. 
La migliore (che conta, al momento in cui si scrive, oltre 195 policy) è questa: http://socialmediagovernance.com/policies.php#axzz1mM6vcG2x
 

Foto di apertura - http://www.flickr.com/photos/perspective/

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Fri, 10 Feb 2012 09:47:00 -0800 Social learning: come le aziende impareranno a imparare. Intervista a Stefano Besana http://www.sociallearning.it/social-learning-come-le-aziende-impareranno-a http://www.sociallearning.it/social-learning-come-le-aziende-impareranno-a

Ripubblico qui la mia intervista fatta per Nova 100 del Sole 24 Ore. 
Ringrazio ancora moltissimo Diomira per l'occasione. Qui trovate la versione originale: http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2012/02/social-learning-come-az...

Stefano Besana, giovane ricercatore e consulente aziendale, è stato il primo in Italia a parlare di Social Learning e ad aprire un blog specializzato sull'argomento.

Se l'utilizzo dei social media nella comunicazione esterna delle aziende si può ormai definire una moda consolidata (soprattutto per le grandi realtà), occorre iniziare a riconoscere che la vera azienda 2.0 è quella che utilizza anche al proprio interno strumenti di collaborazione come espressione di una cultura aziendale aperta al dialogo con dipendenti e portatori di interesse, allo scopo di diventare più sostenibile e, nei casi migliori, anche più produttiva. Per questo occorre uno Humanistic Management 2.0 che favorisca un contesto organizzativo in cui l'apprendimento di tutti gli attori in gioco sia ritenuto fondamentale per la crescita. Ovvero una Formazione 2.0 in grado di interagire con i nuovi strumenti e le nuove logiche del social networking.

La tematica è relativamente nuova per l'Italia e ne parliamo oggi con Stefano Besana, il giovane esperto e ricercatore che l'ha introdotta nel nostro paese. Sociallearning.it, blog da lui fondato, è il primo in Italia specializzato in questo ambito.

Quando è partita la tua ricerca nel settore e a quali cambiamenti hai assistito, in generale e in particolare in Italia, da allora?

Quando ho iniziato a occuparmi di questi temi (con la mia tesi triennale nel 2008 che poi mi ha portato a vincere Working Capital nel 2010) i social network in Italia si stavano cominciando ad affermare ed erano una realtà non ancora diffusa massivamente come oggi. Facebook ha - di recente - oltrepassato gli 850 milioni di utenti e, da allora, di 'bit' sotto i ponti ne sono passati parecchi!
A livello italiano ci troviamo comunque molto spesso a dover rincorrere i trend e gli esempi che arrivano da oltreoceano. Per quanto riguarda il Social Learning, non solo in Italia ma a livello globale, l'argomento è ancora molto nuovo e sono parecchie le sperimentazioni e le piattaforme che stanno nascendo e che sono nate nell'ultimo anno. Di sicuro si tratta di uno scenario molto interessante e affascinante che è in forte crescita e che le organizzazioni dovrebbero cominciare a monitorare seriamente, anche per migliorare la propria resilienza e la capacità di rispondere meglio alle sfide proposte dall'economia e dalla società.

Che cosa si intende in particolare per social business e come ne vedi l'evoluzione?

Riprendo la definizione del mio amico e collega Emanuele Quintarelli: un social business è “un’organizzazione che ha messo in campo le strategie, le tecnologie ed i processi atti a coinvolgere sistematicamente tutti gli individui che compongono il proprio ecosistema (dipendenti, clienti, partner, fornitori) nella massimizzazione del valore scambiato”. In fondo, un social business non è altro che un'azienda centrata sulle persone, capace di evolvere in modo dinamico, di rispondere in modo attivo alle sfide proposte dal mercato, di innovare in modo partecipato e in cui le classiche distinzioni tra interno ed esterno dell'organizzazione cessano di avere importanza in favore di un continuum di esperienza che riguarda processi che coinvolgono sia i consumatori finali sia i dipendenti.
Prima di parlare della sua evoluzione, però, al social business sarebbe importante arrivarci. Mentre molte delle strategie messe in atto dalle aziende oggi - anche quelle maggiormente 'social' - si rivolgono solo verso uno dei molteplici aspetti del social business.
La sfida del social business sta proprio nell'utilizzare le dinamiche e i paradigmi propri del mondo social in chiave strategica ai fini di migliorare efficienza ed efficacia organizzativa. Il cammino è lungo, ma la strada è ben tracciata. Per approfondire questi temi consiglio sempre di seguire il Social Business Forum, l'annuale conferenza che organizziamo in OpenKnowledge, giunta quest'anno alla quarta edizione, e che raccoglie ogni anno oltre 50 keynote speaker e oltre 1200 delegati da tutto il mondo: proprio in questi giorni stiamo lavorando alla prossima edizione dell'evento.

Cosa rappresenta il social learning all'interno di un'azienda? Qual è il valore che apporta al contesto aziendale?

Il social learning rappresenta la declinazione dei principi del social business a livello di politiche HR e processi di apprendimento. In questo senso si pone come una evoluzione del tradizionale e-learning e delle modalità di apprendimento blended che vengono incorporate in un'ottica maggiormente condivisa, collaborativa e sociale, ricalcando le logiche proprie delle community. In questo senso ho avuto modo, qualche mese fa, di discutere con George Siemens (massimo esperto mondiale del settore) delle sinergie tra social learning e connettivismo, discussione in cui sono emerse riflessioni interessanti su come questi due modelli rappresentino, in realtà, nient'altro che un ritorno più naturale al nostro modo di pensare e di comportarci nella vita di tutti i giorni.
La lezione che arriva alle aziende è quella di fare tesoro di questi nuovi insegnamenti ed evolvere verso modelli maggiormente reattivi e partecipativi proprio per facilitare processi che altrimenti non troverebbero reale sviluppo. Per spiegarlo meglio cito proprio Siemens che sottolinea l'importanza della connessione più che di ogni altro fenomeno nel processo di costruzione della conoscenza: "Conoscere oggi significa essere connessi. La conoscenza si muove troppo velocemente perché l'apprendimento possa essere solo un prodotto. Eravamo abituati ad acquisire conoscenza avvicinandola a noi stessi. Ci veniva detto di 'possederla', di farla esistere nelle nostre teste. Ma non possiamo più cercare di possedere tutta la conoscenza necessaria personalmente. Dobbiamo custodirla nei nostri amici o all'interno della tecnologia”.

Da osservatore, quali saranno, secondo te, le principali tendenze nell'adozione degli strumenti social da parte delle aziende nel 2012?

Credo che sia il social learning sia il social business sia la gamification saranno trend interessanti per le aziende del 2012, in Italia e all'estero. Si tratta di tre scenari che stanno crescendo in fretta e sono profondamente collegati tra loro.
Le aziende e i consulenti di oggi e domani credo debbano guardarli con rinnovato interesse. Altri temi importanti penso sia la gestione dei dati, dei flussi informativi che oggi con metodologie come la Organisational Network Analysis è più facile comprendere e mappare. L'innovazione partecipata penso poi possa essere una leva strategica davvero interessante per aiutare il nostro paese ad uscire dalla crisi e dall'impasse in cui si trova.

Hai accennato alla Gamification. Ci spieghi, in sintesi, di cosa si tratta?

La Gamification - per citare il report di Bunchball da cui il termine ha tratto origine – consiste nell'applicazione e nell'integrazione delle dinamiche e delle meccaniche ludiche all'interno di un sito o di una community al fine di aumentare partecipazione e coinvolgimento degli utenti. In realtà - come ho più volte sottolineato nel mio blog e in alcune presentazioni che ho fatto negli ultimi mesi - il fenomeno è un po' più complesso.
È bene non considerare la Gamification come l'ultimo trend passeggero ma come una vera e propria industria che muove miliardi di dollari e che ci riguarda da molto vicino.
A livello di apprendimento la storia ci insegna che il gioco è sempre stato una delle modalità maggiormente esplorate e riconosciute e l'applicazione dei serious game ai contesti formativi vanta una storia consolidata. Con la Gamification (sarebbe meglio dire il Gameful Design, come vogliono i puristi) si tenta di evolvere il tutto verso modalità maggiormente partecipative e 'ingaggianti' per gli utenti.
Sono parecchi gli esempi di casi di successo e di ottime realizzazioni che hanno portato risultati significativi. Tanto per citare qualche esempio interessante:

  • Nitro + Jive che hanno integrato in una intranet 2.0 una serie di missioni in cui gli utenti vengono premiati con punti e badge finalizzati ad aumentare la competizione;

  • Gifgaff spread/recruiting: un meccanismo che incentiva i dipendenti a ricercare nuovi clienti e a promuovere l'azienda. I migliori sono premiati con denaro reale e punti virtuali
  • Plantville di Siemens, che mira a formare la prossima generazione di Plant Manager

O ancora: 

  • MyStarbucksIdea che valorizza la collaborazione e la partecipazione di tutti (dipendenti e consumatori) all'innovazione e alla generazione di idee, le migliori vengono adottate dal brand e realizzate.

E in Italia?

Abbiamo il caso della Fiat, che ha avviato in Brasile un progetto di co-design con lo scopo di raccogliere idee e feedback da utenti di tutto il mondo per la realizzazione dell’automobile del futuro. La compagnia di Torino ha già realizzato un primo prototipo basato proprio sulle idee più votate e selezionate. In generale, comunque, sono convinto che le cose più interessanti in questo ambito nel nostro paese le vedremo nei prossimi mesi. 

 

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Tue, 07 Feb 2012 03:33:00 -0800 Social Media Scheduling & Planning: l'attività del community manager in azienda http://www.sociallearning.it/social-media-scheduling-lattivita-del-communi http://www.sociallearning.it/social-media-scheduling-lattivita-del-communi

Di recente per PMI.it (testata online del gruppo HTML.it) mi sono occupato di Social Media Scheduling ( qui trovate il link all'articolo che ho scritto http://www.pmi.it/impresa/pubblicita-e-marketing/articolo/50444/guida-al-soci... )

Community_manager

In questa sede non voglio chiaramente ripetere le considerazioni fatte nel post ma vorrei ampliare i temi di discussione portandoli ad un livello successivo, mostrando esempi concreti di planning e fornendo alcune utili indicazioni che possono servire alla pianificazione delle attività che un buon community manager deve svolgere in azienda. 

Cominciamo subito con il dire che non esistono regole precise se non quelle del buon senso e della sensibilità di chi si occupa di questi canali. Gli esempi che cercherò di portare all'interno di questa discussione sono legati più a fornire un quadro generale e dei punti di ispirazione che essere rigidi schemi da seguire. 

Come prima cosa è bene chiarificare che l'attività di un community manager deve partire da una solida base di ascolto che - come sappiamo e come abbiamo affrontato più e più volte - è il primo passo per la costruzione di qualunque strategia sui social media. E' quindi necessario porsi le domande giuste e studiare la pianificazione delle attività da svolgere a partire dalle specifiche esigenze di quella particolare community: che cosa vogliamo ottenere? Chi vogliamo ingaggiare? Per quale motivo stiamo facendo queste attività? A chi ci rivolgiamo nello specifico? Quali obiettivi ci poniamo nel breve, nel medio e nel lungo termine? 

Qui di seguito riporto un'ipotesi di calendario che potrebbe essere utilizzato per la pianificazione di attività all'interno di un gruppo LinkedIn

Activity_List.pdf Download this file

Una volta definito lo Scheduling, che - ripeto - non deve essere visto come un rigido schema ma più un elemento di ispirazione, resta da definire in che modo il community manager debba gestire le sollecitazioni provenienti: abbiamo ricevuto commenti positivi? Dobbiamo rispondere e rilanciare? Possiamo ignorare i commenti negativi? Come ci dobbiamo porre nei confronti delle polemiche e delle critiche che arrivano?

Stefano Mizzella se ne è recentemente occupato in un post dedicato al Social Media Triage ( http://www.socialmediascape.org/social-media-triage/ ). Di cui vorrei recuperare due schemi che possono essere utili a recuperare il discorso e a concludere le nostre riflessioni. 

Il primo schema di David Armano anticipa quelle che potrebbero essere delle interazioni tra la community e il brand. Questo schema ci consente anche di evidenziare l'importanza che deve avere l'interazione tra il community manager e il brand. E' impossibile che un community manager abbia tutte le risposte alle domande che vengono sollevate dalla community: non ha nemenno senso che le abbia. Il Community manager deve essere piuttosto un facilitatore che permette l'interazione dinamica tra il brand e il proprio audience

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Il secondo schema permette invece di ricollegarsi alle recenti riflessioni che ho condiviso sul caso Costa Concordia e sulla gestione della crisi all'interno dei Social Media. 
Lo schema viene da Altimiter e consente di avere una visione chiara di cosa poter fare o meno quando si è di fronte a un determinato tipo di messaggio.

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Ripeto ancora una volta: questi schemi, queste pianificazioni devono servire solo ed esclusivamente come idee come spunti per l'avvio di riflessioni. Molto spesso più che queste dettagliate strategie serve una grande intelligenza da parte del community manager nel gestire crisi, critiche e possibili scivoloni che accadono.  

Vi lascio in chiusura con una presentazione di Guido Ghedin sui più recenti flop in ambito Social Media che fanno riflettere su come i brand e i community manager dovrebbero e non dovrebbero agire quando aprono un dialogo con i consumatori e con il proprio "pubblico". 

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Fri, 20 Jan 2012 02:52:45 -0800 Social Media Crisis Management: il caso di Costa Concordia http://www.sociallearning.it/social-media-crisis-management-il-caso-di-cos http://www.sociallearning.it/social-media-crisis-management-il-caso-di-cos

Ne parlano tutti i giornali: nazionali e internazionali. 
Prima di tutto non posso che accodarmi al cordoglio e al dolore di coloro che hanno perso delle persone care, ma anche essere solidale nei confronti di chi ha vissuto quegli attimi di terrore e paura. Non posso nemmeno esimermi dal premettere che con questo post non voglio analizzare gli errori del capitano Francesco Schettino né i contorni legali, nautici e via dicendo che questa situazione sta - giustamente o meno - generando. 

In questa sede - come proprio del tema di questo blog - vorrei analizzare la situazione dal punto di vista degli errori, dei punti di forza e di quanto è stato fatto di corretto o di completamente errato nella gestione di quella che possiamo definire "Social Media Crisis". 
Sappiamo ormai che i Social Media hanno assunto dimensioni preponderanti per i brand - specie se questi sono di grandi dimensioni e internazionali, come nel caso di Costa Crociere - e che siano tanto utili quanto rischiosi se non gestiti correttamente.  

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Cerchiamo di riassumere quanto successo immediatamente dopo il tragico evento. 
Roberta Milano - in un suo posto pubblicato il 14 Gennaio qui http://www.robertamilano.com/2012/01/costa-crociere-te-lo-rivelan-gli-occhi-e... - ha giustamente condiviso alcune riflessioni a caldo parlando di engagement e di quanto Costa Crociere si stesse comportando bene nell'utilizzo dei Social Media.
Devo dire di essermi trovato parzialmente d'accordo con quello che ha scritto fino a quello che è successo nei giorni scorsi che mi ha portato a ridimensionare i miei criteri di valutazione.
Ma per prima cosa vediamo di raccogliere qualche dato interessante. Ebbene: quello che emerge dai canali analizzati (Costa Crociere ha impiegato Twitter Youtube e Facebook per comunicare la crisi della Concordia) è un quadro come quello riportato in figura. 

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Come facilmente intuibile il canale in cui si è concentrata la maggior parte dell'interazione è Facebook.  
Ad integrazione segnalo come su Twitter basti fare una ricerca con un hashtag o sulle mention ( come qui - https://twitter.com/#!/search/@costacrociere ) per rendersi conto di quante richieste dirette stiano piovendo sul brand.  
Dall'analisi dei canali social di Costa Crociere emerge un utilizzo come cassa di risonanza per i comunicati stampa e le notizie ufficiali dell'azienda sulla tragedia.
Un utilizzo sicuramente sensato ma che - comunque - utilizza solo parte delle grandi potenzialità che i social media hanno nella gestione delle emergenze e nel far circolare l'informazione in rete. 

Ecco, poi, uno di quelli che considero uno dei più grandi degli errori commessi dal brand. L'aggiornamento delle immagini di sfondo a poche ore della tragedia. 
Sono riuscito a cogliere lo screenshot proprio pochi secondi prima che le immagini venissero rimosse e l'aggiornamento cancellato in seguito a numerose polemiche.  
Di per sé credo sia grave perché mostra un'attenzione a un dettaglio poco significativo e fa trasparire una mancanza di consapevolezza nei confronti delle reazioni che un gesto del genere - a poche ore dal disastro - possa generare.  

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Interessante risulta poi essere anche l'analisi dei commenti che sono emersi su Facebook che - a mio avviso - forniscono uno spaccato dell'Italia. Sono presenti commenti di ogni genere e tipologia, da chi accusa a chi giustifica, da chi pontifica a chi analizza freddamente la situazione, insulti e lodi si mescolano allo stesso modo nel creare un quadro davvero "bizzarro". 
Qui di seguito una gallery dei commenti che gli utenti hanno postato sulla pagina ufficiale di Facebook del Brand Costa Crociere ( http://it-it.facebook.com/CostaCrociere )

Ecco una gallery delle "parodie" e dei meme che stanno cominciando a generarsi in rete sull'argomento. I gruppi e le fanpage dedicate alla questione si sprecano (ovviamente). Impattando a livello negativo sulla reputazione e sull'immagine generale del brand. 

Cercando di riassumere quanto abbiamo visto: 

  • i social media sono un veicolo fondamentale per la comunicazione e possono giocare un ruolo chiave nella gestione delle crisi, sia al momento della tragedia sia a posteriori per informare, aggiornare e richiedere aiuto. 
  • l'utilizzo in chiave solo informativa è limitante. Di sicuro Costa Crociere ha avuto problemi ben più grandi che pensare alla gestione della pagina Facebook negli ultimi giorni, ma avere questi spazi significa anche doverli gestire durante i periodi di "tempesta". Questo soprattutto perché è li che si concentra la grossa parte dell'interazione. 
  • la disinformazione che può correre lungo i social media è pericolosa. Come si vede dai commenti riportati sulla pagina di Facebook sono parecchie le problematiche che sono emerse e che meriterebbero una moderazione o una risposta quantomeno ufficiale che chiarisca la situazione. La mancata gestione di alcuni di essi può amplificare il danno di immagine subito da un brand
  • la gestione delle crisi può passare anche (attenzione: non SOLO) attraverso i social media, come mostra questo articolo http://www.socialmediaexaminer.com/how-to-use-social-media-for-crisis-managem... e sarebbe opportuno che lo facesse. E' necessario - in questi casi più che mai - che questi strumenti meritano la stessa attenzione (se non superiore) di quella destinata ai media tradizionali. 
  • In casi come questi, imprevedibili, è necessario essere "pronti prima". La corretta gestione dei Social Media non può che derivare da una policy adeguatamente impostata. In un recente post sul suo blog, Stefano Mizzella parla di Social Media Triage (http://www.socialmediascape.org/social-media-triage/) per la gestione delle emergenze e per capire come gestire i commenti e le interazioni più complesse con gli utenti più difficili.

E' vero: le tragedie non si prevedono, i problemi sono altri in casi come questi e le preoccupazioni ben più serie e approfondite di una gestione non proprio perfetta dei social media. Tuttavia sono dell'idea - ed è questo quello che volevo comunicare con il post - che forse una policy migliore in casi come questi avrebbe aiutato una maggiore chiarezza e trasparenza nelle informazioni e nel tranquillizzare chi era alla ricerca di informazioni e di notizie ufficiali evitando disinformazione e limitando i ritorni negativi per il brand.  

 

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Tue, 10 Jan 2012 00:47:00 -0800 Evolvere la Gamification verso il Social Business Design http://www.sociallearning.it/evolvere-la-gamification-verso-il-social-busi http://www.sociallearning.it/evolvere-la-gamification-verso-il-social-busi

In questa sede abbiamo più volte parlato della Gamification: intesa, molto brevemente - come l'applicazione dei concetti tratti dal mondo ludico e videoludico al business per generare miglior coinvolgimento e rafforzare la relazione tra clienti, dipendenti, consumatori finali e, più in generale intero ecosistema aziendale. 

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Oggi vorrei spendere qualche parola in più per mostrare come questo concetto, all'apparenza poco strutturato e molto semplice, in realtà nasconda qualche insidia e di come sia necessario portare la Gamification verso uno scenario più maturo, più consapevole, meno sperimentale e maggiormente legato agli obiettivi di business che intendiamo perseguire all'interno di una più ampia strategia organizzativa.

Prima di tutto vorrei cominciare con il segnalare questo video di Sebastian Deterding che parla e approfondisce il tema della Gamification da un'ottica maggiormente consapevole e da "addetti ai lavori" al contrario di quello che spesso si legge e si trova - purtroppo - in giro. 

E qui - a titolo di completezza e per potersi soffermare al meglio sui punti chiave è possibile trovare le slide complete (154!) dell'intervento svolto:

Credo che questo speech permetta di identificare alcuni punti molto interessanti di quello che ci serve per costruire il nostro discorso:

  • In primo luogo la Gamification non è una bolla, non è un trend campato per aria ma si tratta di un'industria estremamente avanzata e importante che sta assumendo dimensioni sempre maggiori e sempre più interesanti. In sostanza sta diventando un fenomeno che non è più possibile sottovalutare. 
  • Come mostrato all'inizio è possibili "gamificare" qualunque cosa, dalla rasatura di un prato sino a sistemi estremamente più complessi. 
  • Nei processi di Gamification di oggi - o perlomeno nella maggior parte di essi - mancano tre grossi ingredienti fondamentali necessari a permettere uno scatto qualitativo di un certo tipo: 
    • Meaning: il significato di quello che facciamo è sempre importante. Essere consapevoli di quello che si sta facendo, essere centrali e importanti in un processo di apprendimento così come all'interno del lavoro che si sta portando avanti. E' questo che impedisce l'alienazione, rende l'essere umano consapevole e permette l'evoluzione e il pieno apprezzamento di ciò che si sta facendo. Su questo punto è anche la stessa Jane McGonigal, di cui più volte abbiamo parlato, a insistere quando parla di Gameful Design.  
    • Mastery: diventare abili, crescere ed evolversi. Come nei processi di apprendiemnto la gratificazione è data dai feedback che permettono di comprendere se si stia o meno procedendo sulla strada e nella direzione corretta. 
    • Autonomy: la resilienza, l'autonomia, la capacità di essere presenti e di permanere in uno stato di Flow sono la chiave per esperienze autoteliche ottimali. Essere autonomi e consapevoli di esserlo porta a un livello sempre crescente di empowerment

In sostanza la Gamification dovrebbe assumere un senso più ampio che vada al di là dei semplici sistemi di badge e riconoscimenti estrinseci ed essere legata a concreti e specifici obiettivi di business. Obiettivi di business che a loro volta devono essere presi in seria considerazione rispetto agli obiettivi, alle esigenze e alle aspettative delle persone e delle comunità di cui queste persone fanno parte. 
In questo caso la metodologia di lavoro è sempre quella del Co-Design: della realizzazione cioè di strategie condivise, partecipate, interattive, in cui utenti finali e designer (nel senso più ampio del termine) collaborano nella creazione di un prodotto che sia soddisfacente per entrambi.  

A tal proposito riporto anche le slide di Stefano Mizzella che ha avuto modo di parlare di questi stessi argomenti qualche settimana fa alla Digital Accademia.
Ecco le slide:

Perchè quindi la Gamification dovrebbe evolvere verso uno scenario - maggiormente complesso - di Social Business Design?
Perchè è necessario che sia vista come uno strumento che si inserisce in un contesto molto più ampio, attraverso cui le aziende possono migliorare i processi al loro interno, evolvendosi verso schemi maggiormente coerenti, solidi e adattivi, facilitando la partecipazione all'innovazione e alla creazione di nuove idee e migliorando la relazione con i loro clienti finali. 

Come espresso nelle slide viste e negli speech presentati il gioco diviene un vettore fondamentale per innestare meccanismi collaborativi, innovativi e formativi. Il gioco può decretare o meno il successo di un'applicazione e consentire di coinvolgere maggiormente una community aggregando e rafforzandone i legami interni. 

E' necessario quindi vedere la Gamification come un mezzo verso la costruzione di un ecosistema organizzativo più resiliente, innovativo, partecipato e aperto. 
E' necessario - oggi più che mai - considerare la Gamification come un driver fondamentale per l'innovazione e per la collaborazione e porla al centro dei propri strumenti di evoluzione. 
E necessario - infine - legare il tutto a un senso e a un desiderio più ampi, di coinvolgimento, di proattività, del sentirsi parte di un qualcosa che abbia un reale riscontro su quello che si sta facendo. 

Senza queste considerazione e questa consapevolezza alla base penso che sia non solo poco utile, ma addirittura uno sterile contesto di sperimentazione che non fa altro che far perdere del tempo.

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Fri, 16 Dec 2011 03:24:28 -0800 Social Learning: esempi, casi concreti e qualche riflessione sul fenomeno http://www.sociallearning.it/social-learning-esempi-casi-concreti-e-qualch http://www.sociallearning.it/social-learning-esempi-casi-concreti-e-qualch

E' ormai quasi un anno che ho aperto questo spazio e che mi dedico alla riflessione sui temi del Social Learning e della sua concreta efficacia. 
Una delle cose che mi capita maggiormente è però quella di scontrarmi con una discrepanza tra teoria e prassi, tra idee innovative e concetti assolutamente affascinanti e casi concreti che spesso mancano o che si perdono tra sperimentazioni che non riescono a tradurre nel concreto quello che vorrebbero realmente ottenere. 

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Jane Hart - che si occupa, come me, di ricercare questo fenomeno da qualche anno - ha recentemente scritto un post interessante (http://c4lpt.co.uk/social-learning-handbook/social-learning-examples-in-the-workplace/)
Cerchiamo di analizzare alcuni dei casi studio (i più interessanti) e delle storie di successo che sono presentate nel post.

IBM e il Social Learning Tecnologico 
http://clomedia.com/articles/view/4304
IBM è da sempre uno dei player fondamentali nello sviluppo di tecnologie per la collaborazione e per portare il "Social" all'interno delle aziende. La soluzione Lotus Connections, estremamente complessa e articolata prevede anche differenti funzioni per la gestione dell'apprendimento e per l'erogazione di formazione online.
La cosa comunque interessante che emerge dall'articolo riportato è il grosso investimento che la compagnia sta facendo in termini di revisione delle proprie strategie e dei propri assett organizzativi.
Come si legge:

[...]

Increasingly, IBM is leveraging social learning to meet this first element of learning strategy. Rather than develop centrally related content, experts throughout the company find, build, publish, share and comment on assets to enhance skills development and productivity. IBM has created tools such as online learning communities and socially generated tags on key knowledge assets to make relevant knowledge more searchable. It also has reduced search time and costs, accelerated onboarding and, recognizing that more than 40 percent of its workforce is global, enabled delivery of job-relevant information to networked mobile devices. 

[...]


B.C. Government e il valore della Intranet collaborativa
http://www.ragan.com/Main/Articles/42471.aspx
Altro articolo molto interessante che sottolinea il potere delle Intranet collaborative e come queste possono migliorare i processi organizzativi, lavorativi e gestionali a 360°. 
Le Intranet rappresentano uno dei core business di cui ci occupiamo in OpenKnowledge e non posso - in questa sede - fare a meno di riproporre lo speech - molto interessante - di una delle più grandi esperti di Intranet al mondo. 
Jane McConnell all'International Forum on Enterprise 2.0 del 2010. 

TELUS e il knowledge sharing che passa dal social
http://www.microsoft.com/casestudies/Case_Study_Detail.aspx?CaseStudyID=40000...
Altro caso interessante di una compagnia di telecomunicazioni che utilizza gli approcci e le leve gestionali del social (nello specifico utilizzando le soluzioni Microsoft) 

NASAsphere
http://socialcast.s3.amazonaws.com/corporate/downloads/NASAsphereReportPublic...
Anche la NASA si è lanciata in una sperimentazione impiegando i social all'interno della gestione della conoscenza di questo progetto pilota. Consiglio la lettura del report - estramamente approfondito e dettagliato che fornisce anche utili indicazioni di operatività che sono applicabili in altri contesti.  

Questi casi sicuramente fanno ben sperare rispetto al futuro del Social Learning, anche se sono dell'idea che i tempi non siano ancora del tutto maturi per l'affermazione completa di questo paradigma. 

Ecco le mie ragioni:

  • in primo luogo la cultura organizzativa tradizionale, purtroppo ancora molto diffusa specie nel nostro paese, già restia molto spesso, nell'applicazione del Social Business non vede di buon occhio sperimentazioni di questo tipo. 
  • La tecnologia non è ancora completamente matura per la gestione di processi di apprendimento completamente informali e basati sulle relazioni più che sui contenuti. 
  • I sistemi di valutazione del Social Learning (penso alla SNA e alla ONA di cui più volte abbiamo parlato) non sono ancora largamente diffusi e compresi come dovrebbero essere. 

Dati questi presupposti non significa comunque che il lavoro non possa continuare. Sono convinto che le cose siano cambiate molto nell'ultimo anno e la situazione - sia a livello di cambiamento culturale sia tecnologico - si sia molto evoluta. 
Sicuramente quello che è necessario fare è mantenere quell'idea e quello spirito di ricerca attiva in un tentativo sempre più insistente di conciliare quella che è la teoria con la prassi. dobbiamo cercare di sposare sempre di più le lezioni che ci arrivano dal Social Business e provare a fare le medesime riflessioni in ambito di apprendimento.

Credo che si possa considerare un buon proposito per il 2012. 

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Tue, 06 Dec 2011 03:23:42 -0800 Social (network) Learning: i risultati della ricerca http://www.sociallearning.it/social-network-learning-i-risultati-della-ric http://www.sociallearning.it/social-network-learning-i-risultati-della-ric

Post pubblicato originariamente sul blog di Working Capital (Telecom Italia). http://www.workingcapital.telecomitalia.it/2011/12/social-network-learning-i-...
 

Working Capital 2010: un’altra storia di successo, la storia di ricerca di Stefano Besana, esperto di “Social Learning” e protagonista della passata edizione del nostro progetto. Oggi Stefano, in questo post, ci racconta come è andata la sua ricerca, quali passi avanti ha fatto nell’ultimo anno e quali sono le prospettive per il futuro.

Chi segue il mio blog e chi mi ha seguito negli ultimi due anni in rete sa che il mio interesse principale di ricerca è stato focalizzato sui Social Network e su come questi potessero essere utilizzati all’interno dei processi di apprendimento.

Ho iniziato a interessarmene alla fine del 2008 nel mio percorso di tesi triennale e ho proseguito fino al 2010 – iniziando la mia collaborazione con OpenKnowledge e vincendo l’edizione bolognese del Working Capital di Telecom Italia.

Da fenomeno praticamente sconosciuto in Italia i SNS sono divenuti una realtà pervasiva – e forse invasiva – nelle nostre vite: gli studi di settore si sono moltiplicati, come anche le ricerche e i contributi di letteratura nel campo.
L’apprendimento – il cosiddetto Social Learning – è comunque un trend emergente che non ha ancora assunto la portata riflessiva che meriterebbe.

Nell’ultimo anno ho raccolto alcune riflessioni personali e di ricerca all’interno del progetto che ho seguito per Working Capital.
La mia ricerca si è concentrata – forse è bene ripeterlo – sull’impiego dei Social Network Sites all’interno delle organizzazioni come strumenti di gestione della conoscenza delle organizzazioni complesse. Niente di nuovo apparentemente se non fosse che, come anticipato, le riflessioni hanno cominciato a muoversi nel 2008.

Di seguito alcune riflessioni maturate e il link all’executive summary che ho realizzato per presentare la ricerca al “mondo esterno”.

 

Il primo dato da comunicare è di che cosa si è trattato.
La ricerca ha coinvolto due studi principali in due anni differenti. Un primo studio (2009) svolto su 320 soggetti, con questi obiettivi: indagare se e in quale misura la comunità dei fruitori di SNS si auto-attribuisca delle caratteristiche specifiche, sia in ambito cognitivo che sociale;  se sia possibile identificare delle linee di tendenza nell’impiego del mezzo;  se sia verosimile – nelle rappresentazioni dei fruitori di tali mezzi – trasformare tali reti virtuali in strumenti per veicolare esperienze formative.
Un secondo studio (2010) svolto su 926 partecipanti. Con lo scopo di: (1) proseguire le analisi e gli approfondimenti rispetto ai temi indagati nella prima fase (Studio 2009) allargando il campione con soggetti maggiormente legati al mondo business. (2) Indagare se – e in che modo – le intranet aziendali potessero essere riconfigurate in ottica collaborativa come ambienti adatti per la collaborazione, la gestione dei processi informali e – più o meno direttamente – i processi di apprendimento (formali e non formali). (3) Ottenere dagli utilizzatori dei SNS indicazioni circa il possibile impiego di piattaforme sociali all’interno dei contesti di apprendimento, rilevandone (come nel caso del precedente studio) concezioni e rappresentazioni più o meno esplicite.

A partire da queste riflessioni ci si è mossi considerando alcuni assunti fondamentali della letteratura e alcuni modelli particolarmente interessanti che sottolineano l’importanza di allargare il proprio framework di riferimento.
Da questi modelli la ricerca è poi proseguita comprendendo quali fossero le logiche alla base del Social Business in primis e – secondariamente – ispirandosi ai principi del Connettivismo enucleati da George Siemens.

Le slide successive dell’executive summary mostrano alcuni dei risultati e delle scoperte effettuate durante la ricerca condotta che evidenziano l’importanza di una riflessione culturale ancor prima che tecnologica e come sia fondamentale considerare prima di tutto la dimensione sociale e di adattamento ai nuovi comportamenti.

In chiusura della ricerca si è provato anche a definire un modello di valutazione del social learning e della conoscenza condivisa che partisse da un’analisi di rete e dagli indicatori propri della Social Network Analysis. Attraverso lo sviluppo e l’ampliamento di un modello classico di valutazione dell’apprendimento si è provato a trovare alcuni punti di riferimento per misurare il ritorno di efficacia ed efficienza di sperimentazioni in questa direzione.

Sviluppi futuri?

Non resta che cominciare a sperimentare seriamente questi principi all’interno di organizzazioni che abbiano compreso l’importanza dei social media al loro interno (e non solo all’esterno dell’azienda) e che valorizzino sempre di più gli approcci partecipativi, informali, collaborativi che hanno fatto il successo di sistemi dinamici ed evoluti, in grado di generare vero valore per l’intero ecosistema aziendale.

 

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http://files.posterous.com/user_profile_pics/1025371/Foto_BudoPass.jpg http://posterous.com/users/he6rFJ2j6WCKu Stefano Besana Social Learning Blog Stefano Besana
Thu, 01 Dec 2011 03:48:09 -0800 Dal ROI dei Social Media al ROI del Social Business http://www.sociallearning.it/calcolare-il-roi-dei-social-media-e-del-socia http://www.sociallearning.it/calcolare-il-roi-dei-social-media-e-del-socia

Storicamente - per quanto si possa usare questo termine quando si parla di social media - il calcolo del ROI (Return On Investment) è sempre stata una questione annosa e dibattuta in questo ambiente. 
Ebbene esiste veramente un ROI dei Social Media? Esiste davvero un ritorno di investimento dei progetti che vengono portati avanti sui Social Media? 

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Quando ho iniziato a riflettere su questi temi con l'idea di scrivere questo post mi è subito venuto in mente il famoso video di uno speech dell'anno scorso di Andrea Boaretto in cui si sostiene che il ROI dei Social Media sia "una stronzata galattica" (per chi non sapesse di cosa stiamo parlando qui c'è il video http://goo.gl/yQ1az ). E' proprio così? Quanta verità c'è in quelle parole e in quelle riflessoni? 

Ebbene credo che in quel video ci sia un fondo di verità e capisco l'indicazione sbagliata di considerare il ROI come unico strumento dell'efficacia di un qualcosa, soprattutto in ambito marketing. Tuttavia, parlando - e lavorando quotidianamente - nell'ambito del Social Business il ROI dell'applicazione dei Social Media a livello Enterprise mi pare tutt'altro che una stronzata galattica, anzi.

Se come sappiamo l'etichetta di Social Business si pone proprio a quelle aziende/organizzazioni che fanno della generazione di valore il loro core business, allora la dimensione del ROI assume un significato nuovo e differente, cessando di essere un'indicazione semplicemente legata a un investimento economico ed evolvendosi verso una dimensione maggiormente complessa.

Vi segnalo questa recente infografica sul tema che può darci un'idea dell'industry di cui stiamo parlando e dell'investimento economico che c'è dietro. 

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Come si vede sono dati estremamente interessanti che sottolineano la crescita di un'industria che ha mostrato ormai di essere assolutamente efficace e produttiva. 

Vorrei, infine, concludere con alcune riflessioni che prendo in parte dalla mia espereienza personale e - in parte - da questo articolo su Mashable Business legato proprio a questi temi ( http://mashable.com/2011/11/15/social-media-roi-measure/ )

  • I progetti di Social Business - quando ben concepiti - con l'utente al centro del processo e con meccaniche di co-creazione che pongano la creazione del valore come focus di sviluppo hanno sempre un ROI, o per meglio dire, portano sempre a benefici all'interno dell'organizzazione rendendola più snella, efficace, reattiva e in grado di rispondere meglio alle sollecitazioni del mercato. Per maggiori informazioni su quello che stiamo dicendo consiglio di leggere questo post di Emanuele Quintarelli che racconta dei benefici dell'adozione di una strategia social all'interno di Lago SpA: http://www.socialenterprise.it/index.php/2009/04/05/da-enterprise-20-a-pmi-20...
  • Calcolare il ROI del Social Business e dei Social Media penso sia non sbagliato, ma abbastanza fuorviante, questo poiché è un indicatore unilaterale che non fornisce la dimensione chiara di tutti i vantaggi che sono ad esso correlati. Per farla più semplice credo che sia come parlare del ROI della formazione. Esistono in questi processi tutta una serie di benefici correlati - e a volte anche invisibili - che usando una sola lente di ingrandimento rischiano di perdersi. 
  • La maturità di questa industry rende necessarie riflessioni e prese di posizioni molto più serie. Le aziende - soprattutto quelle maggiormente restie al cambiamento - devono rendersi conto che non è più possibile sottovalutare questi fenomeni né arroccarsi in modelli organizzativi vecchi e obsoleti che per quanto potessero funzionare nel passato sono presto destinati a fallire nell'immediato futuro. 
  • I Social Media sono il mezzo e non il fine. Il fine è la creazione di valore per tutto l'ecosistema aziendale (clienti, partner, fornitori, etc.). 
  • L'evoluzione dell'azienda non è possibile in unica direzione. Un Social Business come sappiamo è l'ultimo step del processo evolutivo che porta alla realizzazione di valore, quindi i processi interni e quelli esterni sono integrati in un continuum di esperienza in cui interno ed esterno dell'azienda non hanno più senso di esistere. 
  • Le nostre organizzazioni, il nostro business, oggi più che mai ha bisogno di essere social, deve essere social. Non si tratta più di una scelta ma piuttosto di una necessità inevitabile per coloro che vogliono avere successo. Eccone alcune in un post di Jarche ragioni: http://www.jarche.com/2011/10/why-do-we-need-social-business/

E tanto per lasciarvi, come di consueto con un video di approfondimento: 

photo credit jenteach123 on Flickr.com

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