Social Media Policy: consigli, suggerimenti ed esempi pratici per realizzarla

Twitter is a great place to tell the world what you’re thinking before you’ve had a chance to think about it.” – Chris Pirillo

Questa divertente quote di Chris Pirillo ci aiuta a riprendere un discorso già affrontato in parte con l'analisi del caso Costa Crociere ( http://www.sociallearning.it/social-media-crisis-management-il-caso-di-cos ) e che richiama all'attenzione un aspetto molto interessante e spesso - purtroppo - messo in secondo piano. 

Ciò che mi piacerebbe condividere in questa sede sono alcuni spunti e alcune riflessioni, esempi concreti e casi studio tratti dalla rete e che vertono sul tema della costruzione di una social media policy: ovvero di una serie di regole (anche se sarebbe meglio dire di consigli) attorno a cui organizzare i comportamenti e gli atteggiamenti dei propri dipendenti e collaboratori.   

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Capita - e le notizie sono anche parecchie in questo ultimo periodo - di leggere di dipendenti che perdono il loro lavoro o vengono scartati a colloqui di selezione per un'incapacità o - meglio - una mancata consapevolezza nell'uso dei social media. Sono numerosi i casi di "leggerezza" in questo senso che lasciano un segno - alle volte anche pesante - sia sulla reputazione del brand sia sulla vita dei singoli dipendenti. 
E' per questo motivo che la costruzione di una policy e di una serie di assett fondamentali che riguardando un corretto uso dei social media è quanto mai importante per regolarne l'attività e rendere tutti più sereni e più liberi.

La prima premessa da fare - quasi scontata, ma sempre doverosa - è che la policy sui social media - così come la strategia da impiegare nel loro utilizzo - è quanto di più sartoriale esista: non esistono ricette pronte o pillole magiche, ma solo esempi a cui ci si può ispirare per costruire il proprio prodotto che sarà chiaramente pensate e ritagliato, appunto, sulle nostre singole e assolutamente specifiche esigenze. 

Cerchiamo di vedere assieme alcuni punti fondamentali. 

Fare chiarezza sull'utilizzo dei canali
A cosa ci riferiamo? Di che cosa stiamo parlando? Come sottolinea questo interessante articolo ( http://www.inc.com/guides/2010/05/writing-a-social-media-policy.html ) il termine "policy" è un cappello generale attorno a cui ruotano tutta una serie di "regole" molto specifiche
Il primo punto da chiarire potrebbe essere proprio quello legato alla comprensione dei canali verso i quali ci stiamo aprendo e della definizione di regole specifiche al loro interno. Va da sé che - pur con una base comunque - questi consigli saranno diversi e personalizzati secondo il canale identificato

Utilizzate le regole dei social media
Può sembrare una banalità ma una social media policy deve basarsi sulle regole dei social media: trasparenza, integrità, rispetto verso gli altri e attitudine alla conversazione sono le basi dalle quali partire. Un esempio di alcune regole generiche che si applicano in qualunque contesto lo trovate in questo interessante documento che fornisce alcune utili indicazioni e consigli su come relazionarsi ( http://www.shiftcomm.com/downloads/socialmediaguidelines.pdf )

Chi, come quando e perché
Quando si definiscono delle regole e delle practice è importante definire non solo i motivi che hanno spinto a questa decisione ma anche - e soprattutto - chi se ne dovrà occupare e dettagliare molto bene quali saranno i ruoli in questo senso. Policy e Strategy vanno di pari passo e devono essere relizzate l'una a partire dall'altra e viceversa. Solo in questo modo si potrà evitare di realizzare un modellino capace di funzionare solo in linea teorica.
Chiarire inoltre le motivazioni che ci portano alla definizione di una policy e sottolineare l'importanza che i social media hanno raggiunto in azienda è sempre un'ottima base di partenza

Proteggere le informazioni personali e delicate 
Come indicato anche in questo articolo ( http://socialfresh.com/a-template-to-help-start-your-social-media-policy/ ) il rispetto delle norme legali, delle informazioni personali, della privacy e di qualunque informazione confidenziale legata al brand deve essere trattata in modo riservato e confidenziale: nel rispetto del lavoro di tutti.  

Keep it simple!
Forse la regola più importante, cercate di essere semplici, diretti efficaci: non dovete fornire un breviario o un manuale di istruzioni per l'uso complicatissimo da usare. Ma dei suggerimenti, utili, efficaci e, perché no, piacevoli da impiegare. Coca Cola ad esempio ( http://www.thecoca-colacompany.com/socialmedia/ ) ha organizzato il tutto attorno a 7 regole/principi guida fondamentali: 

  • LEADERSHIP : The courage to shape a better future;
  • COLLABORATION : Leveraging our collective genius;
  • INTEGRITY : Being real;
  • ACCOUNTABILITY : Recognizing that if it is to be, it's up to me;
  • PASSION : Showing commitment in heart and mind;
  • DIVERSITY : Being as inclusive as our brands; and
  • QUALITY : Ensuring what we do, we do well.

Qui di seguito a mo' di conclusione una serie di documenti utili da cui trarre spunto e a cui ispirarsi per la realizzazione della propria policy dedicata ai social media.

KODAK

Click here to download:
Kodak_SocialMediaTips_Aug14.pdf (3.01 MB)
(download)

Red Cross (Blogging Guidelines)

Click here to download:
Red-Cross-Red-Crescent-SocialMedia-Guidelines.pdf (376 KB)
(download)

TNT (Italia)

(download)
 
In rete sono poi presenti alcune raccolte di Social Media Policy famose. 
La migliore (che conta, al momento in cui si scrive, oltre 195 policy) è questa: http://socialmediagovernance.com/policies.php#axzz1mM6vcG2x
 

Foto di apertura - http://www.flickr.com/photos/perspective/

Social learning: come le aziende impareranno a imparare. Intervista a Stefano Besana

Ripubblico qui la mia intervista fatta per Nova 100 del Sole 24 Ore. 
Ringrazio ancora moltissimo Diomira per l'occasione. Qui trovate la versione originale: http://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/2012/02/social-learning-come-az...

Stefano Besana, giovane ricercatore e consulente aziendale, è stato il primo in Italia a parlare di Social Learning e ad aprire un blog specializzato sull'argomento.

Se l'utilizzo dei social media nella comunicazione esterna delle aziende si può ormai definire una moda consolidata (soprattutto per le grandi realtà), occorre iniziare a riconoscere che la vera azienda 2.0 è quella che utilizza anche al proprio interno strumenti di collaborazione come espressione di una cultura aziendale aperta al dialogo con dipendenti e portatori di interesse, allo scopo di diventare più sostenibile e, nei casi migliori, anche più produttiva. Per questo occorre uno Humanistic Management 2.0 che favorisca un contesto organizzativo in cui l'apprendimento di tutti gli attori in gioco sia ritenuto fondamentale per la crescita. Ovvero una Formazione 2.0 in grado di interagire con i nuovi strumenti e le nuove logiche del social networking.

La tematica è relativamente nuova per l'Italia e ne parliamo oggi con Stefano Besana, il giovane esperto e ricercatore che l'ha introdotta nel nostro paese. Sociallearning.it, blog da lui fondato, è il primo in Italia specializzato in questo ambito.

Quando è partita la tua ricerca nel settore e a quali cambiamenti hai assistito, in generale e in particolare in Italia, da allora?

Quando ho iniziato a occuparmi di questi temi (con la mia tesi triennale nel 2008 che poi mi ha portato a vincere Working Capital nel 2010) i social network in Italia si stavano cominciando ad affermare ed erano una realtà non ancora diffusa massivamente come oggi. Facebook ha - di recente - oltrepassato gli 850 milioni di utenti e, da allora, di 'bit' sotto i ponti ne sono passati parecchi!
A livello italiano ci troviamo comunque molto spesso a dover rincorrere i trend e gli esempi che arrivano da oltreoceano. Per quanto riguarda il Social Learning, non solo in Italia ma a livello globale, l'argomento è ancora molto nuovo e sono parecchie le sperimentazioni e le piattaforme che stanno nascendo e che sono nate nell'ultimo anno. Di sicuro si tratta di uno scenario molto interessante e affascinante che è in forte crescita e che le organizzazioni dovrebbero cominciare a monitorare seriamente, anche per migliorare la propria resilienza e la capacità di rispondere meglio alle sfide proposte dall'economia e dalla società.

Che cosa si intende in particolare per social business e come ne vedi l'evoluzione?

Riprendo la definizione del mio amico e collega Emanuele Quintarelli: un social business è “un’organizzazione che ha messo in campo le strategie, le tecnologie ed i processi atti a coinvolgere sistematicamente tutti gli individui che compongono il proprio ecosistema (dipendenti, clienti, partner, fornitori) nella massimizzazione del valore scambiato”. In fondo, un social business non è altro che un'azienda centrata sulle persone, capace di evolvere in modo dinamico, di rispondere in modo attivo alle sfide proposte dal mercato, di innovare in modo partecipato e in cui le classiche distinzioni tra interno ed esterno dell'organizzazione cessano di avere importanza in favore di un continuum di esperienza che riguarda processi che coinvolgono sia i consumatori finali sia i dipendenti.
Prima di parlare della sua evoluzione, però, al social business sarebbe importante arrivarci. Mentre molte delle strategie messe in atto dalle aziende oggi - anche quelle maggiormente 'social' - si rivolgono solo verso uno dei molteplici aspetti del social business.
La sfida del social business sta proprio nell'utilizzare le dinamiche e i paradigmi propri del mondo social in chiave strategica ai fini di migliorare efficienza ed efficacia organizzativa. Il cammino è lungo, ma la strada è ben tracciata. Per approfondire questi temi consiglio sempre di seguire il Social Business Forum, l'annuale conferenza che organizziamo in OpenKnowledge, giunta quest'anno alla quarta edizione, e che raccoglie ogni anno oltre 50 keynote speaker e oltre 1200 delegati da tutto il mondo: proprio in questi giorni stiamo lavorando alla prossima edizione dell'evento.

Cosa rappresenta il social learning all'interno di un'azienda? Qual è il valore che apporta al contesto aziendale?

Il social learning rappresenta la declinazione dei principi del social business a livello di politiche HR e processi di apprendimento. In questo senso si pone come una evoluzione del tradizionale e-learning e delle modalità di apprendimento blended che vengono incorporate in un'ottica maggiormente condivisa, collaborativa e sociale, ricalcando le logiche proprie delle community. In questo senso ho avuto modo, qualche mese fa, di discutere con George Siemens (massimo esperto mondiale del settore) delle sinergie tra social learning e connettivismo, discussione in cui sono emerse riflessioni interessanti su come questi due modelli rappresentino, in realtà, nient'altro che un ritorno più naturale al nostro modo di pensare e di comportarci nella vita di tutti i giorni.
La lezione che arriva alle aziende è quella di fare tesoro di questi nuovi insegnamenti ed evolvere verso modelli maggiormente reattivi e partecipativi proprio per facilitare processi che altrimenti non troverebbero reale sviluppo. Per spiegarlo meglio cito proprio Siemens che sottolinea l'importanza della connessione più che di ogni altro fenomeno nel processo di costruzione della conoscenza: "Conoscere oggi significa essere connessi. La conoscenza si muove troppo velocemente perché l'apprendimento possa essere solo un prodotto. Eravamo abituati ad acquisire conoscenza avvicinandola a noi stessi. Ci veniva detto di 'possederla', di farla esistere nelle nostre teste. Ma non possiamo più cercare di possedere tutta la conoscenza necessaria personalmente. Dobbiamo custodirla nei nostri amici o all'interno della tecnologia”.

Da osservatore, quali saranno, secondo te, le principali tendenze nell'adozione degli strumenti social da parte delle aziende nel 2012?

Credo che sia il social learning sia il social business sia la gamification saranno trend interessanti per le aziende del 2012, in Italia e all'estero. Si tratta di tre scenari che stanno crescendo in fretta e sono profondamente collegati tra loro.
Le aziende e i consulenti di oggi e domani credo debbano guardarli con rinnovato interesse. Altri temi importanti penso sia la gestione dei dati, dei flussi informativi che oggi con metodologie come la Organisational Network Analysis è più facile comprendere e mappare. L'innovazione partecipata penso poi possa essere una leva strategica davvero interessante per aiutare il nostro paese ad uscire dalla crisi e dall'impasse in cui si trova.

Hai accennato alla Gamification. Ci spieghi, in sintesi, di cosa si tratta?

La Gamification - per citare il report di Bunchball da cui il termine ha tratto origine – consiste nell'applicazione e nell'integrazione delle dinamiche e delle meccaniche ludiche all'interno di un sito o di una community al fine di aumentare partecipazione e coinvolgimento degli utenti. In realtà - come ho più volte sottolineato nel mio blog e in alcune presentazioni che ho fatto negli ultimi mesi - il fenomeno è un po' più complesso.
È bene non considerare la Gamification come l'ultimo trend passeggero ma come una vera e propria industria che muove miliardi di dollari e che ci riguarda da molto vicino.
A livello di apprendimento la storia ci insegna che il gioco è sempre stato una delle modalità maggiormente esplorate e riconosciute e l'applicazione dei serious game ai contesti formativi vanta una storia consolidata. Con la Gamification (sarebbe meglio dire il Gameful Design, come vogliono i puristi) si tenta di evolvere il tutto verso modalità maggiormente partecipative e 'ingaggianti' per gli utenti.
Sono parecchi gli esempi di casi di successo e di ottime realizzazioni che hanno portato risultati significativi. Tanto per citare qualche esempio interessante:

  • Nitro + Jive che hanno integrato in una intranet 2.0 una serie di missioni in cui gli utenti vengono premiati con punti e badge finalizzati ad aumentare la competizione;

  • Gifgaff spread/recruiting: un meccanismo che incentiva i dipendenti a ricercare nuovi clienti e a promuovere l'azienda. I migliori sono premiati con denaro reale e punti virtuali;

  • Plantville di Siemens, che mira a formare la prossima generazione di Plant Manager.

  • O ancora: 

  • MyStarbucksIdea che valorizza la collaborazione e la partecipazione di tutti (dipendenti e consumatori) all'innovazione e alla generazione di idee, le migliori vengono adottate dal brand e realizzate.

 

 

E in Italia?

Abbiamo il caso della Fiat, che ha avviato in Brasile un progetto di co-design con lo scopo di raccogliere idee e feedback da utenti di tutto il mondo per la realizzazione dell’automobile del futuro. La compagnia di Torino ha già realizzato un primo prototipo basato proprio sulle idee più votate e selezionate. In generale, comunque, sono convinto che le cose più interessanti in questo ambito nel nostro paese le vedremo nei prossimi mesi. 

 

Social Media Scheduling & Planning: l'attività del community manager in azienda

Di recente per PMI.it (testata online del gruppo HTML.it) mi sono occupato di Social Media Scheduling ( qui trovate il link all'articolo che ho scritto http://www.pmi.it/impresa/pubblicita-e-marketing/articolo/50444/guida-al-soci... )

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In questa sede non voglio chiaramente ripetere le considerazioni fatte nel post ma vorrei ampliare i temi di discussione portandoli ad un livello successivo, mostrando esempi concreti di planning e fornendo alcune utili indicazioni che possono servire alla pianificazione delle attività che un buon community manager deve svolgere in azienda. 

Cominciamo subito con il dire che non esistono regole precise se non quelle del buon senso e della sensibilità di chi si occupa di questi canali. Gli esempi che cercherò di portare all'interno di questa discussione sono legati più a fornire un quadro generale e dei punti di ispirazione che essere rigidi schemi da seguire. 

Come prima cosa è bene chiarificare che l'attività di un community manager deve partire da una solida base di ascolto che - come sappiamo e come abbiamo affrontato più e più volte - è il primo passo per la costruzione di qualunque strategia sui social media. E' quindi necessario porsi le domande giuste e studiare la pianificazione delle attività da svolgere a partire dalle specifiche esigenze di quella particolare community: che cosa vogliamo ottenere? Chi vogliamo ingaggiare? Per quale motivo stiamo facendo queste attività? A chi ci rivolgiamo nello specifico? Quali obiettivi ci poniamo nel breve, nel medio e nel lungo termine? 

Qui di seguito riporto un'ipotesi di calendario che potrebbe essere utilizzato per la pianificazione di attività all'interno di un gruppo LinkedIn

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Activity_List.pdf (56 KB)
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Una volta definito lo Scheduling, che - ripeto - non deve essere visto come un rigido schema ma più un elemento di ispirazione, resta da definire in che modo il community manager debba gestire le sollecitazioni provenienti: abbiamo ricevuto commenti positivi? Dobbiamo rispondere e rilanciare? Possiamo ignorare i commenti negativi? Come ci dobbiamo porre nei confronti delle polemiche e delle critiche che arrivano?

Stefano Mizzella se ne è recentemente occupato in un post dedicato al Social Media Triage ( http://www.socialmediascape.org/social-media-triage/ ). Di cui vorrei recuperare due schemi che possono essere utili a recuperare il discorso e a concludere le nostre riflessioni. 

Il primo schema di David Armano anticipa quelle che potrebbero essere delle interazioni tra la community e il brand. Questo schema ci consente anche di evidenziare l'importanza che deve avere l'interazione tra il community manager e il brand. E' impossibile che un community manager abbia tutte le risposte alle domande che vengono sollevate dalla community: non ha nemenno senso che le abbia. Il Community manager deve essere piuttosto un facilitatore che permette l'interazione dinamica tra il brand e il proprio audience

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Il secondo schema permette invece di ricollegarsi alle recenti riflessioni che ho condiviso sul caso Costa Concordia e sulla gestione della crisi all'interno dei Social Media. 
Lo schema viene da Altimiter e consente di avere una visione chiara di cosa poter fare o meno quando si è di fronte a un determinato tipo di messaggio.

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Ripeto ancora una volta: questi schemi, queste pianificazioni devono servire solo ed esclusivamente come idee come spunti per l'avvio di riflessioni. Molto spesso più che queste dettagliate strategie serve una grande intelligenza da parte del community manager nel gestire crisi, critiche e possibili scivoloni che accadono.  

Vi lascio in chiusura con una presentazione di Guido Ghedin sui più recenti flop in ambito Social Media che fanno riflettere su come i brand e i community manager dovrebbero e non dovrebbero agire quando aprono un dialogo con i consumatori e con il proprio "pubblico". 

Social Media Crisis Management: il caso di Costa Concordia

Ne parlano tutti i giornali: nazionali e internazionali. 
Prima di tutto non posso che accodarmi al cordoglio e al dolore di coloro che hanno perso delle persone care, ma anche essere solidale nei confronti di chi ha vissuto quegli attimi di terrore e paura. Non posso nemmeno esimermi dal premettere che con questo post non voglio analizzare gli errori del capitano Francesco Schettino né i contorni legali, nautici e via dicendo che questa situazione sta - giustamente o meno - generando. 

In questa sede - come proprio del tema di questo blog - vorrei analizzare la situazione dal punto di vista degli errori, dei punti di forza e di quanto è stato fatto di corretto o di completamente errato nella gestione di quella che possiamo definire "Social Media Crisis". 
Sappiamo ormai che i Social Media hanno assunto dimensioni preponderanti per i brand - specie se questi sono di grandi dimensioni e internazionali, come nel caso di Costa Crociere - e che siano tanto utili quanto rischiosi se non gestiti correttamente.  

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Cerchiamo di riassumere quanto successo immediatamente dopo il tragico evento. 
Roberta Milano - in un suo posto pubblicato il 14 Gennaio qui http://www.robertamilano.com/2012/01/costa-crociere-te-lo-rivelan-gli-occhi-e... - ha giustamente condiviso alcune riflessioni a caldo parlando di engagement e di quanto Costa Crociere si stesse comportando bene nell'utilizzo dei Social Media.
Devo dire di essermi trovato parzialmente d'accordo con quello che ha scritto fino a quello che è successo nei giorni scorsi che mi ha portato a ridimensionare i miei criteri di valutazione.
Ma per prima cosa vediamo di raccogliere qualche dato interessante. Ebbene: quello che emerge dai canali analizzati (Costa Crociere ha impiegato Twitter Youtube e Facebook per comunicare la crisi della Concordia) è un quadro come quello riportato in figura. 

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Come facilmente intuibile il canale in cui si è concentrata la maggior parte dell'interazione è Facebook.  
Ad integrazione segnalo come su Twitter basti fare una ricerca con un hashtag o sulle mention ( come qui - https://twitter.com/#!/search/@costacrociere ) per rendersi conto di quante richieste dirette stiano piovendo sul brand.  
Dall'analisi dei canali social di Costa Crociere emerge un utilizzo come cassa di risonanza per i comunicati stampa e le notizie ufficiali dell'azienda sulla tragedia.
Un utilizzo sicuramente sensato ma che - comunque - utilizza solo parte delle grandi potenzialità che i social media hanno nella gestione delle emergenze e nel far circolare l'informazione in rete. 

Ecco, poi, uno di quelli che considero uno dei più grandi degli errori commessi dal brand. L'aggiornamento delle immagini di sfondo a poche ore della tragedia. 
Sono riuscito a cogliere lo screenshot proprio pochi secondi prima che le immagini venissero rimosse e l'aggiornamento cancellato in seguito a numerose polemiche.  
Di per sé credo sia grave perché mostra un'attenzione a un dettaglio poco significativo e fa trasparire una mancanza di consapevolezza nei confronti delle reazioni che un gesto del genere - a poche ore dal disastro - possa generare.  

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Interessante risulta poi essere anche l'analisi dei commenti che sono emersi su Facebook che - a mio avviso - forniscono uno spaccato dell'Italia. Sono presenti commenti di ogni genere e tipologia, da chi accusa a chi giustifica, da chi pontifica a chi analizza freddamente la situazione, insulti e lodi si mescolano allo stesso modo nel creare un quadro davvero "bizzarro". 
Qui di seguito una gallery dei commenti che gli utenti hanno postato sulla pagina ufficiale di Facebook del Brand Costa Crociere ( http://it-it.facebook.com/CostaCrociere )

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Ecco una gallery delle "parodie" e dei meme che stanno cominciando a generarsi in rete sull'argomento. I gruppi e le fanpage dedicate alla questione si sprecano (ovviamente). Impattando a livello negativo sulla reputazione e sull'immagine generale del brand. 

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Cercando di riassumere quanto abbiamo visto: 

  • i social media sono un veicolo fondamentale per la comunicazione e possono giocare un ruolo chiave nella gestione delle crisi, sia al momento della tragedia sia a posteriori per informare, aggiornare e richiedere aiuto. 
  • l'utilizzo in chiave solo informativa è limitante. Di sicuro Costa Crociere ha avuto problemi ben più grandi che pensare alla gestione della pagina Facebook negli ultimi giorni, ma avere questi spazi significa anche doverli gestire durante i periodi di "tempesta". Questo soprattutto perché è li che si concentra la grossa parte dell'interazione. 
  • la disinformazione che può correre lungo i social media è pericolosa. Come si vede dai commenti riportati sulla pagina di Facebook sono parecchie le problematiche che sono emerse e che meriterebbero una moderazione o una risposta quantomeno ufficiale che chiarisca la situazione. La mancata gestione di alcuni di essi può amplificare il danno di immagine subito da un brand
  • la gestione delle crisi può passare anche (attenzione: non SOLO) attraverso i social media, come mostra questo articolo http://www.socialmediaexaminer.com/how-to-use-social-media-for-crisis-managem... e sarebbe opportuno che lo facesse. E' necessario - in questi casi più che mai - che questi strumenti meritano la stessa attenzione (se non superiore) di quella destinata ai media tradizionali. 
  • In casi come questi, imprevedibili, è necessario essere "pronti prima". La corretta gestione dei Social Media non può che derivare da una policy adeguatamente impostata. In un recente post sul suo blog, Stefano Mizzella parla di Social Media Triage (http://www.socialmediascape.org/social-media-triage/) per la gestione delle emergenze e per capire come gestire i commenti e le interazioni più complesse con gli utenti più difficili.

E' vero: le tragedie non si prevedono, i problemi sono altri in casi come questi e le preoccupazioni ben più serie e approfondite di una gestione non proprio perfetta dei social media. Tuttavia sono dell'idea - ed è questo quello che volevo comunicare con il post - che forse una policy migliore in casi come questi avrebbe aiutato una maggiore chiarezza e trasparenza nelle informazioni e nel tranquillizzare chi era alla ricerca di informazioni e di notizie ufficiali evitando disinformazione e limitando i ritorni negativi per il brand.  

 

Evolvere la Gamification verso il Social Business Design

In questa sede abbiamo più volte parlato della Gamification: intesa, molto brevemente - come l'applicazione dei concetti tratti dal mondo ludico e videoludico al business per generare miglior coinvolgimento e rafforzare la relazione tra clienti, dipendenti, consumatori finali e, più in generale intero ecosistema aziendale. 

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Oggi vorrei spendere qualche parola in più per mostrare come questo concetto, all'apparenza poco strutturato e molto semplice, in realtà nasconda qualche insidia e di come sia necessario portare la Gamification verso uno scenario più maturo, più consapevole, meno sperimentale e maggiormente legato agli obiettivi di business che intendiamo perseguire all'interno di una più ampia strategia organizzativa.

Prima di tutto vorrei cominciare con il segnalare questo video di Sebastian Deterding che parla e approfondisce il tema della Gamification da un'ottica maggiormente consapevole e da "addetti ai lavori" al contrario di quello che spesso si legge e si trova - purtroppo - in giro. 

E qui - a titolo di completezza e per potersi soffermare al meglio sui punti chiave è possibile trovare le slide complete (154!) dell'intervento svolto:

Credo che questo speech permetta di identificare alcuni punti molto interessanti di quello che ci serve per costruire il nostro discorso:

  • In primo luogo la Gamification non è una bolla, non è un trend campato per aria ma si tratta di un'industria estremamente avanzata e importante che sta assumendo dimensioni sempre maggiori e sempre più interesanti. In sostanza sta diventando un fenomeno che non è più possibile sottovalutare. 
  • Come mostrato all'inizio è possibili "gamificare" qualunque cosa, dalla rasatura di un prato sino a sistemi estremamente più complessi. 
  • Nei processi di Gamification di oggi - o perlomeno nella maggior parte di essi - mancano tre grossi ingredienti fondamentali necessari a permettere uno scatto qualitativo di un certo tipo: 
    • Meaning: il significato di quello che facciamo è sempre importante. Essere consapevoli di quello che si sta facendo, essere centrali e importanti in un processo di apprendimento così come all'interno del lavoro che si sta portando avanti. E' questo che impedisce l'alienazione, rende l'essere umano consapevole e permette l'evoluzione e il pieno apprezzamento di ciò che si sta facendo. Su questo punto è anche la stessa Jane McGonigal, di cui più volte abbiamo parlato, a insistere quando parla di Gameful Design.  
    • Mastery: diventare abili, crescere ed evolversi. Come nei processi di apprendiemnto la gratificazione è data dai feedback che permettono di comprendere se si stia o meno procedendo sulla strada e nella direzione corretta. 
    • Autonomy: la resilienza, l'autonomia, la capacità di essere presenti e di permanere in uno stato di Flow sono la chiave per esperienze autoteliche ottimali. Essere autonomi e consapevoli di esserlo porta a un livello sempre crescente di empowerment

In sostanza la Gamification dovrebbe assumere un senso più ampio che vada al di là dei semplici sistemi di badge e riconoscimenti estrinseci ed essere legata a concreti e specifici obiettivi di business. Obiettivi di business che a loro volta devono essere presi in seria considerazione rispetto agli obiettivi, alle esigenze e alle aspettative delle persone e delle comunità di cui queste persone fanno parte. 
In questo caso la metodologia di lavoro è sempre quella del Co-Design: della realizzazione cioè di strategie condivise, partecipate, interattive, in cui utenti finali e designer (nel senso più ampio del termine) collaborano nella creazione di un prodotto che sia soddisfacente per entrambi.  

A tal proposito riporto anche le slide di Stefano Mizzella che ha avuto modo di parlare di questi stessi argomenti qualche settimana fa alla Digital Accademia.
Ecco le slide:

Perchè quindi la Gamification dovrebbe evolvere verso uno scenario - maggiormente complesso - di Social Business Design?
Perchè è necessario che sia vista come uno strumento che si inserisce in un contesto molto più ampio, attraverso cui le aziende possono migliorare i processi al loro interno, evolvendosi verso schemi maggiormente coerenti, solidi e adattivi, facilitando la partecipazione all'innovazione e alla creazione di nuove idee e migliorando la relazione con i loro clienti finali. 

Come espresso nelle slide viste e negli speech presentati il gioco diviene un vettore fondamentale per innestare meccanismi collaborativi, innovativi e formativi. Il gioco può decretare o meno il successo di un'applicazione e consentire di coinvolgere maggiormente una community aggregando e rafforzandone i legami interni. 

E' necessario quindi vedere la Gamification come un mezzo verso la costruzione di un ecosistema organizzativo più resiliente, innovativo, partecipato e aperto. 
E' necessario - oggi più che mai - considerare la Gamification come un driver fondamentale per l'innovazione e per la collaborazione e porla al centro dei propri strumenti di evoluzione. 
E necessario - infine - legare il tutto a un senso e a un desiderio più ampi, di coinvolgimento, di proattività, del sentirsi parte di un qualcosa che abbia un reale riscontro su quello che si sta facendo. 

Senza queste considerazione e questa consapevolezza alla base penso che sia non solo poco utile, ma addirittura uno sterile contesto di sperimentazione che non fa altro che far perdere del tempo.